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Onestà e rigore morale: la lezione di Sandro Pertini

ROMA – Sono passati ventisei anni dalla morte di Sandro Pertini e, da allora, nel nostro Paese, non si respira più quell’aria di passione politica coniugata ad un grande rigore morale e a valori universalmente condivisi.

Il suo settennato al Quirinale, per il suo stile fatto di rigore costituzionale e umanità, è ancora vivo nella memoria degli italiani che l’hanno vissuto. Divenne Presidente della Repubblica nel Luglio del 1978, appena due mesi dopo l’omicidio di Aldo Moro, attraversò poi i giorni della loggia massonica P2, del terremoto dell’Irpinia e dello scandalo del post-terremoto. Anni bui, nei quali si consumò un vero e proprio assalto alla finanza pubblica. Si potrebbe, senza dubbio, affermare che l’opera di Pertini fu una declinazione rigorosa del legame necessario tra legalità e democrazia. Il rigore morale era la conseguenza dei suoi valori umani e politici: “Amici miei – affermava – io non resto un minuto di più su questa sedia se la mia coscienza si ribella. Non accetterò mai di diventare il complice di coloro che stanno affossando la democrazia e la giustizia in una valanga di corruzione”, e concludeva con un monito: “la corruzione è nemica della democrazia”. Parole, allora, inascoltate ma oggi attualissime.

La politica delle “mani pulite” di Pertini, non era moralismo, ma incarnazione di quei valori incentrati sulla Resistenza e sulla Costituzione. Il suo pensiero politico si sviluppò soprattutto sull’esaltazione della dignità umana e della dignità del singolo e si estrinsecò in due valori fondamentali: libertà e giustizia sociale. Valori “intramontabili”, certamente, come “senza tempo” era la sua visione politica. Rigore morale e onestà, è tutta qui la lezione di Sandro Pertini. Per questo “il Presidente” torna a parlarci anche oggi insegnandoci che la moralità, deve interessare non solo le cariche pubbliche ma anche il potere economico, al quale non viene chiesta, invece, nessuna certificazione della propria rettitudine ed onestà. Le classi dirigenti politiche ed economiche (corrotte, inefficienti, e portatrici di privilegi) stanno creando disoccupazione, impoverimento e stanno svendendo il patrimonio pubblico al capitale. Le conseguenze di questo stato di cose sono drammatiche.

La perdita di ogni requisito di moralità da parte della politica dipende anche dalla supremazia dell’economia, di conseguenza, l’onestà del ceto politico, privato di ogni reale potere e ridotto al vassallaggio nei confronti del capitale, rappresenta, purtroppo, la realtà che stiamo vivendo in Italia. Si sta distruggendo il sistema di tutele sociali in favore delle privatizzazioni che riproducono il terreno fertile per la corruzione, le clientele e il nepotismo. Mancano autorità di controllo imparziali, magari anche sovranazionali, per evitare gli sprechi e le ruberie del ceto politico irresponsabile. L’immoralità politica si deve proprio all’incapacità del politico di fare politica poiché si è smarrita ogni categoria concettuale adatta a interpretare i fenomeni sociali, smarrito ogni ideale, se non quello puramente astratto e perciò di per sé senza significato: giustizia, legalità, libertà, onestà, trasparenza, democrazia sono diventate parole vuote. La vera questione è che la politica ha perduto i suoi valori, e il dibattito pubblico oggi è ridotto alla semplice retorica: il bene comune è diventato l’eccezione e non è più la regola ferrea del “buon politico”.

 

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