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Primarie del Pd, quel cHe resta del giorno

ROMA – Anche il rito delle primarie, che qualche anno fa ha incoronato Matteo Renzi come nuovo leader del partito democratico mentre Pier Luigi Bersani (che vinse le primarie nel 2013 con 80mila voti) doveva risolvere urgenti problemi per una crisi cardiaca, si è logorato – come era inevitabile – di fronte al fossato sempre più largo che divide gli italiani da una classe politica che, in maniera troppo evidente, porta in prima linea personaggi di scarsa caratura e personalità o donne e uomini intenti a coltivare la propria carriera economica e affaristica o la propria ascesa politica.

Di fossato ha parlato in un sereno editoriale l’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli e la replica che con una lettera ha cercato di opporre Maria Elena Boschi ministro delle Riforme e figlia del Boschi banchiere dell’Etruria di Arezzo non è parsa alla maggior parte dei lettori né serena né efficace ma piuttosto stanca e fortemente ripetitiva degli eterni slogan renziani che si ascoltano da mane a sera su gran parte dei telegiornali delle due reti unificate intendendo la Rai e Mediaset.

Così a Roma siamo arrivati a 40-50 mila voti contro i 100mila di qualche anno fa, dell’elezione con le primarie del sindaco Ignazio Marino. Certo in mezzo c’è stata l’inchiesta sulla criminalità mafiosa, gli arresti, la rete del malaffare, la delegittimazione progressiva fino alla caduta del sindaco, l’obbligato ricorso prima al prefetto Gabrielli e poi al commissario lombardo Tronca. Una città, la capitale, svernata da un’attesa troppo lunga da parte di un centro-sinistra aggredito da divisioni e conflitti interni che sembrano non cessare mai e che lo rendono sempre più debole e incerto. Quei 40-50 mila voti arrivati alla fine, salvo ulteriori controlli, su una popolazione che conta vari milioni di abitanti hanno nettamente il sapore del piccolo mondo legato al partito e ai quartieri dove c’è ancora un poco di vita politica che risponde alle chiamate dei vertici. Il voto di opinione in grado di testimoniare della vitalità di una proposta politica a Roma è rimasto a casa ad aspettare che la proposta diventi più chiara e tale da persuaderli che valga la pena andare a votare il giorno delle elezioni comunali.

Nel momento in cui anche gli elettori d’accordo con la linea del presidente-segretario che – ad ogni scadenza- proclama l’autosufficienza del governo e del partito e si occupa di esaltare solipsisticamente le proprie straordinarie riforme- a cominciare da quelle che riformano la legge elettorale in maniera discutibile e fanno del Senato una Camera di sindaci e consiglieri regionali nominati dall’alto – sembrano voler affrontare senza fretta lo scontro con i poco convinti elettori grillini per la sfida finale, Roma, una delle metropoli più importanti- dell’Europa e del pianeta- rimane lontana sullo sfondo lontana e per certi aspetti non raggiungibile.

 

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