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Globe Theatre. Il Re Lear di Rigillo merita una riflessione

ROMA – Confesso, non me lo sarei aspettato. E non perché non abbia visto Mariano Rigillo reggere su di sé spettacoli che, per il resto, si reggevano sul niente, come quando interpretò il re Peleo nell’Andromaca, a Siracusa, e con la sua presenza autorevole, ieratica, con un gesto della mano, con il movimento semplice, profondo, con cui sollevava uno scettro, era capace di mettere fine alla confusione scenica. Era il 2011, quell’anno vinse l’Eschilo d’Oro.

Non me lo sarei aspettato, e non perché non lo avessi visto mettere in scena, con lo stesso bravo Dipasquale, le sfumature psicologiche, il tormento, lo strisciante e poi intollerabile senso di colpa in Erano tutti miei figli di Arthur Miller. 

Non me lo sarei aspettato, per un quanto mai radicato pregiudizio: secondo me gli italiani non sanno affrontare Shakespeare, non sanno metterlo in scena, non sanno interpretarlo. Morto Strehler, morto Tino Carraro, anche la fortuna italiana del Bardo mi pareva bell’e sepolta.  Non essendo quasi mai stato smentito negli anni questo sanissimo pregiudizio, che per me dovrebbe essere un caposaldo della critica, una crociata catartica, anche l’altro giorno, quando sono andato a vedere il Re Lear al Globe Theatre di Roma, non mi aspettavo nulla di eccezionale e neppure i nomi di attori e famiglie teatrali rispettabili erano riusciti a liberarmi da quest’umbratile sentimento negativo. Mi sbagliavo.

L’anno scorso ho avuto la cattiva sorte di incappare, più o meno nello stesso periodo, nello stesso teatro, nel Re Lear diretto da un giovane, noto regista, che Dioniso lo perdoni, con la sua ricerca dell’effetto, che su qualcuno farà pur effetto, con le sue modernizzazioni, che a qualche moderno pure piaceranno, forse è durato tre ore quell’allestimento, a me sembra che duri ancora, che mi insegua mentre scappo, tanto l’ho trovato interminabile e sopra le righe. Con le peggiori premesse sono dunque andato ad assistere al Re Lear diretto da Giuseppe Dipasquale, spinto solo da curiosità, dalla voglia di ascoltare il plurilinguismo shakespeariano, così ben reso da Masolino d’Amico, dalla voglia di risentire la voce di certi attori che amo, tra cui, senza dubbio, Mariano Rigillo. 

Nel comprensibile torpore del teatro italiano, decidiamo di vedere alcuni spettacoli perché sappiamo che, grazie a certe personalità, forse non ci estasieranno, ma neppure ci deluderanno. Errore. L’interpretazione di Rigillo è da estasi. 

Quest’uomo, quest’attore che ha attraversato con successo sessant’anni di teatro italiano, sembra nato per incarnare questo personaggio. Ma forse Lear non si nasce, piuttosto si diventa a forza di esercizio, di studio, di incarnazioni.  Il Re Lear perfetto è un improvviso precipitato di esperienza e Mariano Rigillo è il Re Lear perfetto. Il suo corpo asciutto, ancor giovanile, si presta alla forza sfinita di quest’uomo che ha avuto la sfortuna di “divenire vecchio prima di essere diventato saggio”. In questo grande attore del nostro teatro il senso della prossemica, il porgere, il misurato concerto di gesto, sguardo, parola convergono nella creazione di un personaggio armonico e credibile, umano e regale, alto e tuttavia consapevole della bassezza. 

Mariano Rigillo, mentre recita, è al Globe Theatre ed è ovunque, nel ricongiungersi a una tradizione di eternità, a quel teatro che è immortale quando recita la verità. In lui affiorano la storia del teatro italiano, la forza scenica, l’irruenza dell’abilità capocomicale, sublimata nella raffinatezza dei teatri nordici, affiorano il teatro elisabettiano e il dramma greco antico. In lui c’è l’energia della ferinità di uno Zanni innestata nella psicologia di un eroe bergmaniano, c’è la tragedia di Lear e quella di un Edipo Re che già pensa a Colono. Lo affiancano tanti attori di talento, tra di essi convince molto Filippo Brazzaventre nel ruolo di Kent e sorprende Anna Teresa Rossini: questa signora del teatro, dalla grande bellezza che, a guardarla, sembra potersi prestare solo a un personaggio dell’alta borghesia, diverte e si diverte interpretando con forza trascinante il Matto, voce della verità tra le ipocrisie dell’umano. 

Qualcuno dirà che questa non è una recensione, che le recensioni non si fanno così. Avrà ragione, perché questa non è una critica ortodossa, la mia è solo l’esternazione di chi vede tanti, troppi spettacoli durante l’anno e, quando incontra finalmente un’interpretazione come quella di Mariano Rigillo, non può tacere la propria ammirazione. 

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