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I solisti del teatro. I miracoli di Carmen

Parte seconda – I miracoli di Carmen Pignataro

ROMA – Carmen è la direttrice organizzativa e artistica della rassegna. Come questa partigiana del teatro riesca a ricoprire due ruoli tanto impegnativi non è noto, ma è così da anni. Ormai la manifestazione è arrivata alla sua ventitreesima edizione. Quest’anno poi, con un finanziamento del comune di 20.284 euro, la Pignataro porta sul palcoscenico 37 spettacoli differenti. Chiaramente, in questa situazione, la direttrice non può che proporre bassi cachet o chiedere agli artisti di “andare a incasso”.  Tra i 37 spettacoli, com’è ovvio che sia, ci sono stati – e ci saranno, ma direi in misura minore – anche lavori non proprio memorabili, quest’anno. 

Parte seconda – Miracolo primo. “Le nozze di Cana”

La Pignataro ha scelto per questa edizione un miracolo rischioso. 

Il fatto è che Carmen è troppo generosa e proprio in alcune delle prime sere della rassegna ha dato fiducia e ospitato in questo spazio unico lavori che, talvolta, non lo meritavano. Così tutti si chiederanno, proprio come nel racconto evangelico, come mai il vino buono sia stato portato, soprattutto, nella seconda parte della rassegna, mentre di solito si offre all’inizio e solo dopo, quando sono tutti un poco ebbri, si fa arrivare quello meno buono.   

Perché, scusa tanto, attrice di cui non faccio il nome – e che tra l’altro non hai colpa, giacché il responsabile, è chiarissimo, è il regista di cui di nuovo non faccio il nome – ma come ti viene in mente di dire a fine spettacolo: “Questo è uno studio, ci tengo a precisare”? E allora anche io spettatore ci tengo a precisare che me lo dici prima che il tuo è uno “studio”, non dopo che hai percepito l’atmosfera di gelo generale – fatte salve due signore mai state a teatro – e ti è venuto il dubbio che un’ulcera perforante abbia colto la povera direttrice artistica. Per quanto la sperimentazione sia nella natura di un festival, il consiglio a Carmen è dunque quello di essere meno generosa, di non permettere, non a tutti, di trasformare il palco della Filarmonica nella propria sala prove, a meno che non siano loro stessi a dichiararlo già nel programma e a pagare un affitto. Poi, certo, se a fare uno studio sono Peter Brook o Peter Stein, allora il biglietto può anche costare il doppio. Ma no, non erano loro. Il fatto è anche che, se proprio all’inizio di una rassegna gli spettatori bevono il vino meno buono, finiscono per credere che sia stato davvero un peccato affrettarsi a occupare i posti migliori, lasciare nel piatto quel couscous al curry che meritava molto molto di più il nostro tempo e la nostra attenzione. Quel che è più grave è che penseranno non valga la pena seguire il resto del festival, mentre il resto è molto promettente e lo vedremo.

Parte seconda – Miracolo secondo – La moltiplicazione dei pani e dei pesci

Archiviato il vino meno buono, veniamo al secondo miracolo di Carmen. La direttrice è riuscita a radunare non solo nomi e grandi nomi, ma anche, quel che più conta, valori sicuri e sfide interessanti. Sono passate sul palco giovani attrici con una proposta stimolante come Girls Like That di Evan Placey, patrocinato dall’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica Silvio D’Amico, poi teatro civile come Refugees e inoltre sono in cartellone nomi eccellenti e rassicuranti come Paolo Bonacelli, con i sonetti di Shakespeare, Giuseppe Pambieri e il suo Pirandello, Pino Strabioli con uno spettacolo su Sandro Penna, Maria Paiato. Di più, il festival ha ospitato serate di Roma Poesia e anche alcune performance di danza. Un’offerta assai ricca, che sorprende per quantità, non di rado per qualità. Considerati i suddetti finanziamenti, si è trattato di una vera moltiplicazione dei pani e dei pesci.

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