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ROMA – Ci sono dei No che costruiscono. Che hanno un senso affermativo. Ricordo il fortunato saggio della psicoterapeuta inglese Asha Phillips, “I no che aiutano a crescere”, costruito sull’idea che solo pronunciando dei No, anche se scomodi, si evita che  il bambino si infili in una dinamica autocentrata e “onnipotente”. La Phillips reagiva al clima imperante di buonismo, all’idea del genitore o dell’aduto amico che dissolvono ogni principio di autorità.

Ma anche la storia politica italiana -da quel famoso “passato” rappresentato anche in questi giorni come origine di ogni male- ci racconta di No che hanno aiutato a crescere la società e il costume. Il No all’abrogazione della legge sul divorzio, per sostenere il quale da giovanissimo percorrevo le campagne “bianche” del Veneto, insieme ai miei compagni della FGCI, fu dipinto da Amintore Fanfani, segretario della Democrazia Cristiana, e da larga parte della Chiesa, come un No alla famiglia. Anche nella Direzione del PCI -come ho raccontato ne “I ragazzi di Berlinguer” (1997. Baldini e Castoldi)– si levarono voci preoccupate per lo scontro su questi temi, superate dalla determinazione delle donne del PCI e, in prima persona, di Enrico Berlinguer. Si sa come andò a finire, con la vittoria del No e una grande spinta di libertà nella società.

Per me il No al referendum sulla Costituzione ha questo senso. E’ un No per aiutare a far  crescere la democrazia italiana. Nei mesi passati avevo evitato di prendere una posizione pubblica, infastidito dalla personalizzazione dello scontro. Ma ora non si può più astenersi. Del resto Matteo Renzi ha riconosciuto che un conto è il destino della riforma, e un altro quello del governo o della sua guida del Partito Democratico.

Dico No, quindi, per tenere aperta la strada di una riforma della democrazia. Da molti anni la riforma costituzionale, così come quella elettorale, vengono propugnate in nome di una maggiore governabilità. Anche questa si inserisce in questo filone, e lo fa inoltre in modo confuso e pasticciato. Oggi, con tutta evidenza -e il problema non è solo italiano- il problema non è quello di dare gli strumenti per rafforzare il Governo, ma è quello di rappresentare meglio, attraverso un nuovo Parlamento, una società disamorata della politica e della democrazia, di creare un nuovo circuito di legittimazione democratica dei poteri europei e sovranazionali, di rimettere in gioco la sovranità popolare rispetto a quella dei poteri finanziari che governano, con gli effetti drammatici che si vedono, l’Occidente e il pianeta, di riconoscere cittadinanza e soggettività ai milioni di esseri umani costretti a migrare da guerre, fame, catastrofi ambientali. La riforma si occupa d’altro. Appare un mal riuscito tentativo di realizzazione, a proposito di passato, di un programma precedente alla grande crisi di questi anni.

Bisognerebbe avere la forza di cominciare la riforma da quella dei partiti: sempre più gracili espressioni istituzionali, quando ci sarebbe bisogno di forze sociali, radicate, che aiutino forme di autogoverno, che creino comunità, che producano e diffondano cultura. 

La vittoria del Si congelerebbe per alcuni anni la discussione e la ricerca su questi temi. E provocherebbe squilibri e conflitti, ben documentati dagli studiosi di queste materie.

La vittoria del No -nel quale ci sono sicuramente componenti solo oppositive – riaprirebbe invece la partita. Se la sinistra ha il coraggio di rimettere al centro la democrazia e la partecipazione, e di farlo non solo a parole, comincerà un nuovo ciclo progressista per l’Italia.

Il No aiuta a crescere la voglia di innovazione e di riforme che si è espressa in questi anni.

                                                     

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