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Renzi, come demolire il patrimonio della sinistra italiana

All’improvviso è stata riabilitata una categoria che nel ‘900, a sinistra, ha fatto tanti danni. Il tradimento.

“Tradire”, dal latino tra-dare, consegnare oltre, consegnare al nemico – la città, il castello, le ricchezze -. Il tradimento della patria, in un conflitto, è poi diventato nel 900, coi grandi partiti popolari, il tradimento del Partito. Lo stalinismo ha costruito alcune delle sue pagine più buie, con crimini efferati, solo sulla logica del sospetto del tradimento.

Ho trovato volgari quegli attacchi a Gianni Cuperlo, reo di aver firmato un documento di intenti sulla riforma elettorale, che hanno usato questa categoria. Cuperlo non ha tradito nessuno; a modo suo è coerente, avendo sempre ritenuto, a differenza da molti, tra cui il sottoscritto, la riforma costituzionale accettabile e pessima quella elettorale. Si può opinare, evidentemente, sull’affidabilità delle parole scritte in quel documento di intenti – che a me sembrano poco più di acqua sul vetro -: ma si tratta di valutazioni soggettive.

Le domande da farsi sono se questo avvelenamento del clima non fosse ampiamente prevedibile, e chi abbia condotto questa campagna referendaria a degenerare in una rissa insopportabile. Sono settimane che Fabrizio Rondolino – di cui ricordo in gioventù la passione antistalinista, e del quale mi sorprende ora l’atteggiamento di intollerante oltranzismo, più renziano di Matteo Renzi – che bolla la “cricca” bersaniana e addirittura Pierluigi Bersani come “uomo privo di princìpi”. La denigrazione morale dell’avversario è il fondamento  dello stalinismo, anche nella sua moderna versione à la page. 

Purtroppo questa è la responsabilità principale di Renzi. Aver pensato al referendum come ad un plebiscito sulla sua persona. E’ durato poco tempo il ravvedimento dopo le critiche di Giorgio Napolitano sugli eccessi della personalizzazione compiuti dal Primo Ministro. La Leopolda 7 – come tutti i sequel in cui si perde molto del gusto iniziale – è passata alle cronache non per le idee che lì sicuramente si sono discusse, ma per il “Fuori! Fuori!”, riferito alla minoranza del Partito democratico, “traditori”, appunto, scandito dalla platea e giustificato dal leader. Questo episodio, così come la campagna di odio personale scatenata contro Massimo D’Alema – promossa col calcolo che possa sottrarre voti al No ed eccitare i propri tifosi -, mi ha fatto pensare alla giustificazione data da Bettino Craxi, al Congresso di Verona del 1983, ai fischi assordanti della platea che avevano accompagnato il saluto alla delegazione del PCI, guidata da Enrico Berlinguer.

Si tratta di una scelta poco lungimirante e, a mio avviso, dannosa per chi la compie.

La chiamata alle armi contro tutto quello che è stato “old left” in Italia, vecchia sinistra, può sicuramente attrarre voti di centrodestra. Ma scava fossati che sarà complicato poi riempire. Così viene umiliata la storia politica della sinistra italiana. Il gruppo dirigente del PD, del resto, vede in  posizione assolutamente dominante uomini che vengono dalla Margherita, dal Partito Popolare e comunque lontani dalle tradizioni comuniste e socialiste. Basti guardare alle biografie politiche delle  prime cinque cariche del PD (segretario, vice-segretari, capigruppo). Chi viene dalle tradizioni della sinistra italiana è ai margini, ininfluente. In tutto questo c’è evidentemente una pesante responsabilità dei dirigenti venuti dall’esperienza del PDS e dei DS. Ma si sta andando ben al di là. In qualche modo, nell’offensiva renziana, vengono coinvolti indirettamente – nell’indistinta polemica del Premier col passato – anche i fondatori dell’Ulivo. 

Cosa rimarrà dopo il 4 dicembre? E’ saggio demolire il patrimonio della sinistra italiana e distruggere quanto resta di uno spazio di centrosinistra? Queste sono ragioni politiche su cui riflettere. Senza perdere pacatezza e capacità di dialogo, queste ragioni mi convincono ancora di più a scegliere il No. 

 

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