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Teatro di Documenti. Una “Madama Butterfly” intima e sorprendente. Recensione

ROMA – È una veste davvero particolare, quella che il Teatro di Documenti di Roma regala a Madama Butterfly, opera tra le più celebri e amate di Giacomo Puccini.

Una cornice speciale, caratterizzata da un piccolo spazio scenico assai diverso dai caratteristici e sontuosi ambienti teatrali, ma che si pone come un punto di forza in grado di offrire un’esperienza intima e potente allo stesso tempo.

È forse questo elemento che più colpisce in questa versione affidata alla regia di Stefania Porrino: lo spazio diventa infatti parte integrante della narrazione, attraverso echi che si intrecciano in modo decisamente efficace. “Tragedia Giapponese” è la definizione che si legge sullo spartito di quest’opera, incentrata sul contrasto tra oriente e occidente come scontro di culture, che muta però in un confronto tra diverse concezioni del mondo e della vita che hanno carattere universale. E se indubbiamente magistrale era stato il lavoro di Puccini nel tessere insieme e contrapporre tradizioni musicali appunto orientali e occidentali, una direzione analoga viene intrapresa al Teatro dei Documenti nell’interpretazione dello spazio scenico. La struttura, specie nella prima parte dello spettacolo, richiama quella del teatro Nō, nato in Giappone nel XVI secolo: una scena semplice e ridotta all’essenziale, che si ricollega al peculiare palco fatto di hinoki, il pino giapponese. E questo stesso ambiente va poi aprendosi, per avvicinarsi al modello del teatro all’italiana, simbolo anche di quel mondo occidentale a cui la protagonista rimane caparbiamente attaccata.

Questo palcoscenico cangiante, e l’accompagnamento musicale affidato al solo pianoforte, sono il contesto in cui si sviluppa la storia di Madama Butterfly, ovvero Chō-Chō-San, nome giapponese che significa appunto “Madama Farfalla”. Lei è la geisha quindicenne che l’ufficiale americano F. B. Pinkerton decide di sposare poco dopo il suo sbarco a Nagasaki, all’inizio del XX secolo. Si tratta di una decisione che l’uomo prende con superficialità, guidato dallo spirito d’avventura, e ben presto si scopre pronto a tornare sui suoi passi. Potendo ripudiare la moglie anche dopo un mese, secondo le leggi del matrimonio locale, torna in America e lascia sola la giovane sposa. Inizia qui il tragico percorso di Chō-Chō-San, che resta in attesa del ritorno del marito insieme al bambino nato dalla loro unione. E la sua quotidianità diverrà ben presto segnata dal rifiuto di ammettere l’abbandono e dalla volontà di rifugiarsi nella sua nuova identità di donna americana: un’illusione spinta fino a diventare una sorta di barriera difensiva per nascondere l’amara verità. 

Sarà solo il ritorno di Pinkerton dopo tre anni, ad aprire gli occhi della donna. Ma l’ufficiale americano arriva a Nagasaki in compagnia di una nuova moglie, e con il solo intento di prendere con sé il figlio ed educarlo secondo i costumi dell’occidente. A Madama Butterfly, spogliata di ogni cosa, non resta che la decisione più tragica: togliersi la vita attraverso il jigai, il taglio della giugulare equivalente femminile del seppuku, suicidio rituale dei samurai. Una sorta di ritorno al mondo delle origini, per la donna, che abbraccia quella componente caratteristica della cultura giapponese secondo la quale “con onor muore chi non può serbar la vita con onore”. Eppure, dietro l’epilogo, si cela una dinamica universale, legata non solo all’infrangersi delle illusioni, ma anche alla drammatica perdita di senso di una vita. È qualcosa che trascende la dinamica culturale e la condizione femminile. Ed è altresì un elemento intimo, profondamente umano. Un lato, questo, che si rafforza proprio grazie al peculiare spazio teatrale, con gli spettatori a pochi centimetri dalla scena, come ammessi a sbirciare nella vicenda e nelle pieghe segrete dell’animo dei personaggi, grazie a una sorta di magico privilegio.

Ottima la prova degli interpreti, allievi del Conservatorio di Musica “Licinio Refice” di Frosinone. Efficace il metodo per sopperire, in assenza di distanza tra pubblico e palco, all’incongruenza dei ruoli assegnati in base alle caratteristiche vocali, per la quale molti personaggi occidentali sono affidati a cantanti asiatici, e viceversa. Un elemento che in certi passaggi può effettivamente spiazzare, ma che grazie al trucco, ai costumi e all’abilità degli interpreti, risulta comunque convincente. Bravissima, nel ruolo della protagonista, Luana Imperatore. E su tutto, spicca il fascino dell’opera, che si offre a uno sguardo inedito nell’annullamento della distanza dai singoli spettatori: un’esperienza particolarissima che vale la pena provare, e che può regalare emozioni inaspettate anche a chi ben conosce Madama Butterfly.

MADAMA BUTTERFLY 

di Giacomo Puccini. Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica.

Regia di Stefania Porrino. 

Direzione musicale di Silvia Ranalli.

Direzione allestimento e costumi di Carla Ceravolo.

Luci Paolo Orlandelli.

Con Youngjun Choi, Alessandro Della Morte, Jina Hwang, Junyuk Hyun, Joonkyo Jeong, Bogyeong Kang, Cristian Iacobelli, Luana Imperatore, Jaecheol Moon, Sunghee Shin, Michele Migliori, Minsuk Kim, Alessandra Testa, Suyeon Yoon, Serena Caporuscio, Fidan Beren Kader, Federica Martinelli, Caterina Sebastiano, Cristina Speziali, Federico Ciancarelli, Salvatore Olia.

Al pianoforte Cecilia Paialunga, Jeongmi Lee.

In collaborazione con i Corsi di Canto del Conservatorio di Frosinone, docenti: Monica Carletti, Silvia Ranalli, Danilo Serraiocco, e i Corsi di Arte Scenica, docente: Stefania Porrino.

Prod. Conservatorio di Musica “Licinio Refice” diretto da Alberto Giraldi, e Teatro di Documenti.

23-25-26-28 Febbraio 2017

ASSOCIAZIONE TEATRO DI DOCUMENTI

Via Nicola Zabaglia 42 – 00153 Roma

Tel: 065744034

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