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Diario di un terremoto dimenticato

Lo Stato non c’è più. In quello che fino ad oggi sembrava l’ombelico operativo delle forze della protezione civile, l’orgoglio di una capacità di mobilitazione civile che non conosce costi o situazioni meteorologiche ,che parte per il soccorso e scava nella neve del giorno,la mobilitazione improvvisamente è finita.

O meglio sono rimasti alcuni corpi di presidio tecnico come  i vigili del fuoco o l’esercito ma per tutte le associazioni, i corpi, i gruppi, l’emergenza è terminata  e sono stati mandati tutti a casa.

Se ogni emergenza è differente, per come il disastro si manifesta, per le caratteristiche del territorio, per la cultura e le relazioni delle comunità colpite la gestione di questa serie di terremoti è stata molto differente da quelle a cui siamo stati abituati negli ultimi trent’anni in Italia. Abbiamo visto un’emergenza quasi senza tende, escluse quelle per i volontari e qualche enorme pneumatica di comunità per alcune frazioni particolarmente colpite. Abbiamo visto attivare forme di gestione dell’emergenza con strumenti innovativi come il gemellaggio tra un’associazione nazionale di protezione civile e una frazione, capaci invece della solita divisione di compite tra associazioni con formazioni e specialità diverse. Abbiamo visto una mano della Protezione Civile leggera capace di interrogare i Comuni e di coinvolgere la cittadinanza nelle prime decisioni, elemento molto positivo perché  ha consegnato a chi ha subito il terremoto la possibilità di riposarsi non come vittima ma come protagonista di un cambiamento. Abbiamo visto delle linee guida interessanti con una decisione chiara: riaprire i posti di lavoro e le scuole prima possibile per permettere al numero maggiore possibile di cittadini di restare nel loro territorio.

E poi non abbiamo visto più niente. In un confuso malinteso, appena consegnati i moduli alveare con cui sostituire le tende, il Governo ha dichiarato conclusa la fase dell’emergenza per cui era utile una presenza capillare di assistenza, ha chiuso le cucine da campo ed ha congedato i volontari.
E’ stato un doppio errore grave che ora sta minando pesantemente il clima dei territori colpiti in diversi modi.
Il primo gravissimo errore di questo atteggiamento è credere che una emergenza sia un fatto materiale, di edifici da costruire, di costruzioni da rendere agibili. Un’emergenza è innanzitutto la scoperta che un luogo in cui vivi non è accogliente come credevi, che può farti male, che può distruggere quello che hai costruito in una vita e minacciare le persone a cui vuoi bene.
Mandare a casa i volontari che si occupano delle comunità colpite dopo così poco tempo significa togliere quel poco sostegno che c’era, negare l’umanità di un contatto fondamentale.

La percezione che si ha oggi andando nei luoghi del terremoto è quella di un abbandono. Si tratta di un abbandono subdolo però:  parlando a lungo nelle settimane scorse con chi vive nelle zone del terremoto, lamenta stanchezza, difficoltà ma difficilmente ne coglie la causa. Molte persone che erano un riferimento per la comunità si sentono smarrite, incapaci di gestire una visione di futuro che non sanno dove cercare. Il Governo ha saputo convincere che ora tutto il meccanismo di protezione civile non è più necessario perché l’emergenza è passata, lasciando la certezza di un precario letto in un container, di due pasti al giorno, di una minima riapertura di servizi scolastici, la presenza visibile di alcune squadre di Vigili del fuoco e soldati. L’effetto di questo scivolamento fuori è stato ben congegnato, ha evitato proteste e scontri ma ha lasciato dietro di sé una terra confusa. Al contempo la soluzione dei moduli-alveare ha determinato un secondo gravissimo errore: la struttura di questi spazi bianchi, asettici, individuali è tale che chi vive all’interno è sempre sotto osservazione di altri, senza mai poter essere in collettività. Le camere, ovviamente prive di bagni, non sono in nessun modo isolate e quindi si è sempre nella sensazione di non poter vivere la propria intimità, d’altra parte però l’unico spazio collettivo di dimensione decente, la mensa , è tenuta chiusa lontano dagli orari dei pasti, impedendo una reale condivisione.

Non c’è un luogo dove organizzarsi, dove continuare quel processo di condivisione che aveva permesso alle frazioni di vivere e di sostenersi. Inoltre i pasti sono forniti da un catering che arriva, porta il pasto e se ne va, negando qualsiasi dimestichezza con chi prepara il cibo di cui nutrirsi. La sensazione è quella di essere un reparto di ospedale irritante, ansiogeno, asettico e repulsivo.
L’effetto di questi due errori è stata l’esplosione delle frazioni, delle contrade, dei paesi così capaci di organizzarsi da soli all’inizio di questa storia, così forti nella loro identità fino a qualche mese fa ed oggi abbattute, negate e in guerra al loro interno per il logoramento di questo abbandono e di questa individualizzazione.
Siamo ancora in tempo, si può intervenire riconoscendo che un terremoto è soprattutto un fatto sociale, ma è necessario fare presto prima che questo silenzio assoluto si trasformi nella più triste delle storie post-emergenziali del nostro Paese.

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