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Uffici stampa privati: professionisti iscritti all’albo in cerca di riconoscimento

Il Consiglio nazionale dell’ordine dei giornalisti ha recentemente approvato all’unanimità l’ordine del giorno di cui sono stata prima firmataria che segnalava al legislatore il vuoto normativo relativo alla professione di ufficio stampa privato.

Essa dovrebbe essere titolarità esclusiva degli iscritti all’ordine: invece il dato di fatto è un altro.

In assenza di norme, come il mio ordine del giorno ha evidenziato, chiunque può svolgere questa professione – talvolta improvvisandosi – senza alcun titolo e, soprattutto, senza alcuna sanzione, come nel caso di clamorosi errori che voglio sempre pensare involontari (il riferimento va alle fake news, termine ora tanto in voga) per i quali invece un iscritto all’ordine verrebbe sanzionato.

L’esistenza di una Legge, la 150/2000, che norma gli uffici stampa della pubblica amministrazione, crea disparità tra chi svolge le stesse mansioni: nel pubblico tale attività è riservata esclusivamente agli iscritti all’ordine facendo quindi prevedere l’abuso, nel privato nulla di tutto ciò è previsto.

La FNSI al punto h dell’art. 3 del proprio Statuto indica tra i suoi compiti tra i suoi compiti “rivendicare, anche in collaborazione con l’Ordine dei giornalisti, la tutela del titolo professionale degli iscritti e ogni funzione di ricerca, elaborazione e controllo della comunicazione di notizie, comunque diffuse, compresi gli uffici stampa di enti pubblici o di aziende private, qualunque sia il mezzo tecnologico o la forma di impresa, promuovendo il necessario aggiornamento specialistico.

L’Ordine dei Giornalisti considera l’ attività di ufficio stampa, nel pubblico come nel privato, “una funzione prettamente giornalistica”.

Così veniva indicata nella Carta dei doveri del giornalista degli Uffici Stampa poi recepita nel 2016 nel Testo Unico dei doveri del giornalista. 

Il questionario dell’AgCom sull’Osservatorio sul Giornalismo prevede tra le attività quella di ufficio stampa privato.

Le obiezioni che usualmente mi vengono fatte sono che ormai il lavoro di ufficio stampa è cambiato, c’è chi parla di relazioni pubbliche, di reputazione aziendale, di ufficio stampa 2.0, 3.0 4.0, di relazioni con i social media, ecc ecc.

Il mio pensiero va invece alle altre professioni, riservate agli iscritti al relativo Albo, in cui nessuno si può improvvisare: il medico, l’avvocato, lo psicologo, per citarne qualcuna.

A corollario e completamento di ciascuna di esser sono nate in anni più o meno recenti altre specializzazioni, ma come il mediatore non è un avvocato il fisioterapista non è un fisiatra, il coacher non è uno psicologo, a mio giudizio chi si occupa di relazioni pubbliche non svolge l’attività di ufficio stampa.

Mentre questo limbo prosegue giovani di belle speranze, con agende piene di indirizzi o dalla parlantina sciolta, che nulla sanno di etica e deontologia scavalcano costantemente migliaia di colleghi.

In buona parte gli stessi sconosciuti all’Inpgi, l’Istituto di Previdenza dei Giornalisti che, non a caso, non gode di perfetta salute.

Allora cosa si deve fare?

Attendere che il legislatore ascolti il grido d’allarme proveniente dal Consiglio nazionale dell’Ordine e metta mano alla materia, indicando chiaramente i confini della professione giornalistica, all’interno del quale devono essere inseriti anche gli uffici stampa privati, oppure iniziare ad avanzare altre ipotesi?

Si potrebbe trasformare quella di ufficio stampa privato in una professione non regolamentata, oppure creare un altro albo di professionisti. 

Le trovo soluzioni bizzarre, che creerebbero discrepanze e fratture tra pubblico e privato e comunque non mi piacciono: da quasi venti anni ho il tesserino e voglio continuare a tenerlo in tasca, svolgendo, finalmente tutelata e riconosciuta, la mia professione di ufficio stampa privato.

 

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