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Lago di Bracciano, il Loch Ness di Virginia Raggi

Che non piova da mesi non è certo colpa del sindaco di Roma (come non è giusto dire “piove governo ladro”). Ma che il lago di Bracciano rischi di ridursi a una pozzanghera, questo, sì, è di competenza del sindaco di Roma. Perché le cause del disastro non solo soltanto climatiche ma adesso anche politiche.  

E’ dal lago di Bracciano, la più grande riserva idrica a nord di Roma, che arriva nella Capitale l’acqua necessaria a dissetare centinaia di migliaia di romani.  E a prelevarla con potenti idrovore è l’Acea, l’azienda comunale che anni fa ha stipulato con i sindaci dei paesi rivieraschi (Bracciano, Anguillara e Trevignano) un contratto che le consente di prelevare alcune migliaia di litri d’acqua al secondo per convogliarle a Roma attraverso l’acquedotto del Peschiera. E’ così da anni.

Ma oggi la situazione è cambiata: la siccità (nel Lazio non piove da mesi) ha fortemente inciso sul livello delle acque del lago e il prelievo da parte dell’Acea si sta rivelando catastrofico. Il lago di Bracciano, di origine vulcanica, non ha un immissario, ma è alimentato da polle sorgive a grande profondità che più di tanto non danno. E’ un lago, per così dire delicato che andrebbe tutelato e non sfruttato come si sta facendo da anni. 

Il suo livello è sceso di quasi due metri, il fenomeno è evidente lungo le rive: dove prima c’era l’acqua oggi c’è la melma del fondo, affiorano scogli che non si erano mai visti, le alghe marciscono al sole, le barche a vela (le uniche ammesse a navigare) hanno dovuto trovare altri ormeggi, il battello “Sabazia”, il solo che attraversa il lago nella stagione turistica, è fermo perché all’approdo non ha sufficiente pescaggio. E l’acqua cala giorno per giorno. 

A denunciare la gravità del fenomeno è stato nelle scorse settimane un comitato spontaneo di cittadini dei tre centri abitati i quali hanno tentato di ottenere dall’Acea una riduzione nel prelievo dell’acqua.  L’azienda ha fatto orecchie da mercante e continua a succhiare. Il “comitato pro lago di Bracciano” si è rivolto, allora, alla sindaca di Roma che come unico provvedimento contro la carenza d’acqua nella Capitale ha ordinato la chiusura delle fontanelle, i popolari “nasoni” che sul consumo idrico di Roma indicono per l’1,01 per centro. E del lago di Bracciano si è disinteressata. 

La protesta popolare è arrivata, così, al Consiglio dei Ministri, che ha esaminato la situazione del lago di Bracciano nel quadro d’interventi sul piano nazionale. Ma provvedimenti concreti non se ne sono visti. “E’ un problema di cui deve occuparsi il sindaco di Roma”, è stato il commento finale uscito da Palazzo Chigi. 

Solo la Raggi, dunque, può salvare il lago di Bracciano dal disastro annunciato. Come? Costringendo l’Acea a ridurre, se non proprio a sospendere, il prelievo dell’acqua destinata all’acquedotto del Peschiera. E può farlo richiamando l’azienda comunale al rispetto dell’accordo preso a suo tempo con i comuni rivieraschi che prevede la sospensione del prelievo nel caso in cui il livello del lago per qualunque ragione scenda al disotto di un certo livello. Una clausola che l’Acea non ha mai rispettato nel tempo e che anche oggi disattende. D’altronde, il controllo spetterebbe a un comitato terzo che non è mai intervenuto. Se la sindaca Raggi, forte dell’autorità che le deriva dal suo ruolo, imponesse all’Acea il rispetto di tale clausola, il lago di Bracciano non verrebbe ulteriormente devastato. Ci vorrebbe il pugno di ferro. 

Si immaginano le ragioni che l’azienda comunale dell’acqua porterà a sua discolpa: se non possiamo prelevare l’acqua da Bracciano, mezza Roma resterà a secco. Una minaccia che peserà come un macigno sul tavolo della trattativa, ma che un sindaco capace potrebbe contrastare efficacemente.

Insomma, “siamo nelle mani della Raggi” dicono sconsolati gli abitanti della Sabazia (così si chiama la zona circostante il lago Sabazio, dal suo antico nome), con un occhio al cielo che non vede una nuvola da mesi e uno alle coste rimaste a secco dove i cigni e i germani reali, abituali frequentatori, non trovano più riparo. Dice un proverbio cinese: “Se l’acqua è bassa la papera non galleggia”. Ma il Campidoglio non sembra preoccuparsene. 

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