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Vizi & Virtù nazionali. Formula 1: gli italiani non sanno guidare?

Gli italiani eccellono in molti campi: una delle maggiori archistar del pianeta è il genovese Renzo Piano. Un direttore d’orchestra che tutto il mondo ci invidia è il napoletano Riccardo Muti.

Fra i divi del cinema non ci sono stati solo Fellini e Sophia Loren, De Sica e Anna Magnani, ma anche oggi Paolo Sorrentino non è meno apprezzato.  Abbiano avuto grandi capitani d’industria, come Adriano Olivetti o Gianni Agnelli, banchieri come Mario Draghi, economisti a livello internazionale come Mario Monti o Romano Prodi.  Nell’impresa oggi il chietino Sergio Marchionne non è da meno quanto a popolarità mondiale. Nello sport abbiamo calciatori indimenticabili, ciclisti inarrivabili, nuotatori e schermidori imbattibili, motociclisti come il fenomeno Valentino Rossi. E passando dalle moto alle auto, come non citare Enzo Ferrari, la cui creazione è tuttora in testa a tutte le concorrenti. 

Ma c’è un punto in cui gli italiani non emergono: la guida delle Ferrari, appunto. Nel passato abbiamo avuto grandi campioni: Ascari, Villoresi, Bandini, ma poi il volante è passato agli stranieri che oggi se lo tengono ben stretto. Da anni.

Fra le freddure che circolano fra i banchi del ginnasio, ci sono le buffe definizioni che storpiano le lingue straniere: chi è il ministro dei trasporti cinese? “Fur – Gon – Cin”. Come ci chiama la valletta del lanciatore di coltelli giapponese? “So-Tutt-An-Taio”. Il milite ignoto cinese? “Ki-Kat-Ztè”. E il campione tedesco di nuoto? “Otto Wask”. Il campione italiano di formula uno? “Guido Maluccio”. Sarà un caso, ma l’unico italiano in questa buffa compagnia è uno che non sa guidare.

E’ di ieri la notizia che la Ferrari, proprio lei, ha confermato per i prossimi anni alla guida delle sue magiche monoposto due campioni che nulla hanno d’italiano: il finlandese Kimi Raikkonen e il tedesco Sebastian Vettel. E’ curioso che a livello internazionale non ci sia un pilota italiano in grado di portare al traguardo per primo le nostre straordinarie rosse.  Siamo dunque un popolo che pur amando la propria automobile più della moglie, pur avendo nella quattroruote un vero feticcio, non è capace di guidare come i tedeschi, i finlandesi, i brasiliani, gli spagnoli? Evidentemente è così che la pensano a Maranello.

E’ vero che per diventare piloti di formula uno non basta andare più veloci degli altri, ma ci vogliono doti fisiche non comuni: prontezza di riflessi, freddezza nelle decisioni da prendere in frazioni di secondo, resistenza fisica, voglia di vincere. Qualità che evidentemente i piloti italiani, pur bravi nelle altre categorie, come i rallies, non hanno nella stessa misura dei campioni stranieri. 

A giudicare dalle statistiche sugli incidenti stradali siamo il Paese dove si è dovuto inventare un nuovo reato, l’omicidio stradale, e metterlo nel codice penale con la speranza che trattenga tanti nostri automobilisti con velleità corsaiole a guidare più responsabilmente e a falciare meno pedoni sulle strisce. Forse per questo alla Ferrari, come già la pensava a suo tempo il fondatore, preferiscono piloti stranieri. Allora è così: il campione italiano è davvero “Guido Maluccio”. 

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