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Quattro voci e una Biennale. Speciale Speech Art Venezia

Quasi alla fine dell’ultima edizione della Biennale di Venezia, raccogliamo le idee e tentiamo di rispondere a un quesito fondamentale che ci sale alla mente, proprio a partire dalle parole di chi ha ideato e costruito la mostra.

Davvero l’arte che ci presenta l’ultima Biennale è viva ed è espressione di quel senso di responsabilità di cui dovrebbe farsi carico l’artista e di cui ha parlato la stessa curatrice, Christine Macel?

Davvero risponde alla vivacità dell’arte attuale? E davvero può parlarsi ancora di vivacità esaltandola al suon di “Que Viva!”?

“L’arte e gli artisti sono dunque essi stessi al centro dell’Esposizione che inizia con un interrogativo sulle loro pratiche, sul modo di fare arte, tra ozio e azione, tra otium e negotium”, dichiara Macel. 

Ma non dovrebbe essere sempre così?

Che cosa realmente ci rimanda questa Biennale? Quale il suo senso a pare tuo?

La dicotomia di lunga data fra otium e negotium è riproposta da Christine Marcel per introdurci al Trans-padiglione degli artisti e dei libri al fine di porre il ruolo sociale dell’artista all’interno di una zona liminare, alla soglia fra il libero vagabondare delle menti creative e la necessità di mantenersi legati agli “affari pubblici”. Bisogna porre attenzione affinché il tempo necessario per la speculazione artistica non venga sottostimato o ritenuto un privilegio rispetto alle responsabilità riconducibili alla sfera del negotium. In questi termini per l’artista il diaframma temporale fra otium e negotium non può esistere. Viva Arte Viva è di certo un inno alla gioia che questa Biennale propone a partire dalla pratica artistica, sia essa mentale o fisica. Macel affida alla vivacità degli artisti il compito di riumanizzare questo mondo, una responsabilità a mio avviso insita nel significato stesso di Arte e che prescinde da una scelta curatoriale delle opere da esporre. La 57. Biennale mi appare dunque lapalissiana, con una struttura espositiva che oscilla fra momenti di ridondanza e picchi di eccellenza. L’arte è viva ed è vita da sempre, forse non abbiamo bisogno di una Biennale d’Arte per tenerlo a mente. Forse bisognerebbe ripensare, digerita anche Documenta 14, al senso affidato ai grandi eventi espositivi.

Chiara Pirozzi, critico e curatore

 

 

Otium e negotium  sono le basi del mio fare arte, la ricerca di quello spazio metaforico tra quei due punti. Un’urgenza oramai consolidata che dieci anni fa mi portò ad aprire le porte di una casa privata per trasformarla in Casa Sponge. Otium e negotium sono una dimensione non facile da trovare, è un luogo che porta alla consapevolezza che soltanto lì si può generare un’opera d’arte. Questa Biennale a mio parere ci ricorda la necessità di un processo creativo e generativo lento. La mia sensazione è che il curatore non sia riuscito ad esprimere appieno questo concetto, toccandolo ma non risolvendolo. In

definitiva, “Viva Arte Viva” non rispecchia il senso di responsabilità che si è tentato di promuovere, rimanendo soprattutto legata alla pratica  del solo negotium. 

Giovanni Gaggia, artista

 

L’arte è viva, certo. Non solo quella contemporanea. Di recente in visita al museo di Castelvecchio a Verona, mai tanto attuali e “vivaci” ho ritrovato le sculture del Maestro di Santa Anastasia, i dipinti della scuola fiamminga, i Veronese e i Mantegna custoditi negli spazi meravigliosi ripensati da Carlo Scarpa. Non credo sia necessario ricordare quanto l’arte lo sia, viva. La 57° edizione della Biennale sottolinea un aspetto implicito nel significato stesso della parola. Interessante la suddivisione del percorso in capitoli sebbene questi non si adeguino sempre alle aspettative, incorrendo nel rischio di presentare come unico denominatore la vivacità cromatica e i buoni sentimenti. Credo sia difficilissimo concepire una mostra per una Biennale, ancor più per quella veneziana. Viva Arte Viva ci restituisce una fotografia parziale della odierna ricerca artistica internazionale. I padiglioni nazionali compensano, d’altra parte, questo gap. Sicuramente una risposta di pancia alla precedente edizione di Okwui Enwezor che prediligeva i toni cupi di un futuro poco foriero di speranza. Per dirla con un’immagine: l’orchestra che suona (Viva Arte Viva) mentre il Titanic affonda (All the World’s Futures). 

Marta Silvi, storica dell’arte e curatrice

 

 L’arte è l’ultimo territorio per la riflessione, l’espressione individuale, la libertà e per le questioni fondamentali dichiarava la curatrice di Arte all’Arte e il frutto del suo lavoro riesce solo pochissime volte a raggiungere l’obiettivo che si era proposto. All’alto contenuto del programma non corrisponde la sua biennale e ancor meno il suo allestimento concepito a metà tra il percorso e il racconto, meglio il padiglione Venezia che le Corderie.Se nell’insieme ha deluso le mie aspettative alcune opere ed artisti sono invece riusciti a stabilire quel dialogo emotivo… quello che personalmente cercavo, mi riferisco in particolare all’atelier di Olafur Eliasson in cui si avvertiva che qualcosa può succedere, sta accadendo e continuerà ad avere vita, stesse sensazioni all’ascolto dell’opera di Hassan Kahn, tra i pochi italiani ho apprezzato il lavoro di Salvatore Arancio, ed ho trovato molto poetico Franz West.

Via il negotium dalla biennale quindi, nessun quadro e una visione parziale del mondo artistico che ci circonda, a volte artisti che nessuno anche tra gli addetti conosce fa pensare a una critica anche giusta al sistema finanziario che governa il mondo dell’arte, io che guardo anche da collezionista i 44 tramonti di Atlas però li comprerei volentieri.

Giorgio Angella, architetto e collezionista

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