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“Chi dipinge si fa attraversare: non vivi più per te ma per rappresentare le cose. Me ne stavo immobile, come crocifisso sul mio cavalletto incapace di rispondere all’universo intero che mi schiacciava per essere dipinto”.

A dirlo Alessandro Preziosi che in uno sforzo eccezionale di mimesi veste i panni di Vincent Van Gogh negli anni della sua permanenza nell’ospedale psichiatrico di Saint Paul De Manson: “un castello bianco”, dove le pareti, i letti, i soffitti, le tende sono prive di tono.

Con perizia e dovizia di particolari in una sorta di monologo delirante Preziosi si immedesima nella sofferenza del grande artista intollerante alle regole e all’assenza di colore, che sin dall’infanzia dipinge per esorcizzare questo male e contravvenendo alla regole della casa di cura, continua a farlo di nascosto, soprattutto ritratti; in particolare è il suo psichiatra ad esser raffigurato, il dott. Vernone Lazàre del quale riesce a svelare l’anima cupa e scialba: raffigurandolo come un gretto narcisista, dallo sguardo inespressivo. E in questa sua reclusione forzata, a sollevarlo sono le conversazioni col fratello Theo, presenza vera o presunta e l’incontro con il direttore della struttura, che deciderà di sottoporlo alla psicanalisi e all’ipnosi, sottraendolo ai metodi barbari in uso nei manicomi.

«Il regista senza applicare forzature al testo ha voluto col mio personaggio enfatizzare la svolta clinica verso la psicanalisi e gli approcci terapeutici più moderni come l’ipnosi, ancora in fase sperimentale, utilizzata per ricostruire l’origine dei traumi di Vincent Van Gogh, un protagonista assoluto nel panorama artistico contemporaneo». A dirlo è Francesco Biscione, convincente nel ruolo del “medico illuminato”, innovativo direttore del manicomio, che affascinato dal genio di Van Gogh decide di sottoporlo a nuove terapie per trovare le cause ignote della sua parziale assenza di coscienza. Un co-protagonista insieme a Preziosi, che aprirà uno squarcio nella memoria offuscata dell’artista, incapace ormai di distinguere tra realtà e finzione.

Un thriller psicologico e dai toni drammatici che svela il disagio dell’artista, ripiegato nel suo dolore, nel suo turbamento emotivo e psichico e deprivato dell’energia dei colori e della possibilità di imprimerli su tela. Eccellente è la performance di Alessandro Preziosi, che mima le idiosincrasie di Van Gogh, noto per il suo temperamento irascibile, la capigliatura scompigliata e i modi bruschi, tra cui svariati tic nei movimenti: una prova degna del Premio Europa.

Nessun posto vuoto e standing ovation finale per un testo surreale, intenso, vivido ed elettrizzante, vincitore del Premio Tondelli a Riccione “per la scrittura limpida, tesa, di rara immediatezza drammatica, capace di rendere il tormento dei personaggi con feroce immediatezza espressiva di Stefano Massina”, magistralmente messo in scena da Alessandro Maggi e dai suoi validi interpreti. Spiega il regista: «Lo spettacolo accompagna questa non-logica dei sensi, attraverso uno sfiorarsi dei personaggi che fonde il desiderio alla necessità, sviluppando un alternarsi di simmetrie semantiche a dissonanze di cognizione, un conflitto mutabile, ma mai assente».

Una disanima sul senso della vita e l’origine dell’arte, vissuta da Van Gogh come una vera e propria necessità imposta dall’ambiente che fagocitato dentro di lui, necessita di uscirne sotto altra forma, quella perfetta della plasticità del disegno, reinterpretata dal suo “occhio invisibile” d’artista.  Assolutamente imperdibile.

Al teatro Eliseo dal13 febbraio al 4 marzo 2018 

Vincent Van Gogh. L’odore assordante del bianco

di Stefano Massini

Regia Alessandro Maggi

Con Alessandro Preziosi Francesco Biscione Massimo Nicolini Roberto Manzi Alessio Genchi Vincenzo Zampa

Scene e costumi Marta Crisolini Malatesta

Disegno luci Valerio Tiberi e Andrea Burgaretta

Musiche Giacomo Vezzani

Supervisione artistica Alessandro Preziosi

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