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PurifiChef – una ricetta inclusiva

Il racconto dell’esperienza del laboratorio di cucina dell’Ic Domenico Purificato di Roma.

Due tavoli, tre sedie, un’aula; un po’ di farina 00, acqua e lievito.

È tutto iniziato così, con un paio di ingredienti da mescolare in una giornata qualunque di fine febbraio. E quel lievito, settimana dopo settimana, cresceva sempre di più e lentamente si spargeva un po’ dappertutto, nella ciotola dell’impasto prima, poi nelle classi, nella scuola, nell’entusiasmo dei ragazzi, dei colleghi e dell’amministrazione scolastica tutta. Il lievito cresceva, gli ingredienti venivano mescolati così come la voglia di fare qualcosa di nuovo, qualcosa di buono.

C’è sempre un momento di stasi, un punto morto nell’esperienza lavorativa degli insegnanti di sostegno. È quello in cui non sai più che fare, le hai provate tutte o quasi per coinvolgere e convogliare le energie dirompenti del tuo alunno speciale, ma niente ha realmente funzionato e tu hai collezionato soltanto fallimenti su fallimenti. È come quando la panna non si monta, la crostata si brucia, la maionese impazzisce. Dentro di te si spande, allora, l’odore acre e pungente della sconfitta e della rassegnazione.

Fino a quando un giorno, come direbbe Montale, “da un malchiuso portone/ tra gli alberi di una corte/ ci si mostrano i gialli dei limoni”. Quell’improvvisa e inattesa intuizione, quel pensiero divergente e inusuale che ti fa mettere insieme e collegare aspetti, situazioni e persone a cui non avevi prima fatto caso, a cui non avevi dato importanza e che, invece, d’un tratto ti schiudono davanti “le trombe d’oro della solarità”. Epifanie impreviste che non hanno nulla di astratto o trascendente, anzi sono così ordinarie e insignificanti a un primo sguardo, che con molta facilità rischiano di passare inosservate, immerse come sono nella quotidianità più trita e banale.

Sono un distributore automatico di merende e bevande attraente come una calamita sul frigorifero, un cioccolatino al latte in grado di motivare un ragazzino a fare un compito in classe, sono una merenda agognata quanto lo zucchero filato in un giorno di festa.

Insomma, ad Alex piaceva cucinare. E io lo capivo soltanto ora, dopo mesi di scuola, così, all’improvviso, per analogia, unendo frammenti di indizi e tracce sparse. Forse piaceva anche a Fabio della IA, mi disse una mattina lungo il corridoio Erika, collega dagli occhi vispi, di poche parole e molti fatti. Perché, allora, non proviamo con la pizza? Millenni or sono un po’ di farina, lievito e pummarola fecero la fortuna di Napoli, qualcosa ne sarebbe uscito fuori anche dal nostro primo tentativo culinario, fosse stato anche un mattarello in testa!

Alex quel giorno impastò con un impegno e una dedizione mai visti prima insieme al compagno da lui scelto, si divertì moltissimo anche Fabio che si impiastricciò le mani col suo amico, soddisfatto più di Anna Moroni quando fa le tagliatelle. Poi venne la volta degli gnocchi morbidi e del salame di cioccolato buono da leccarsi le dita. La primavera portò con sé i colori della macedonia e il profumo dei dolcetti di cocco “tutti fatti a mano e con prodotti non conservati” come annunciava Fabio a tutte le prof che incontrava, mentre spingeva orgoglioso il carrello nell’atrio di scuola. Infine, il maggio piovoso giunse con il nome del laboratorio, che chiamammo “PurifiChef” in un’ardita crasi tra il nome della scuola e l’ambito culinario, senza tralasciare l’arrivo dei grembiuli con tanto di logo accattivante ideato dai ragazzi.

Le idee fiorivano insieme ai tigli e ai papaveri nei campi quando, dal fondo dimenticato di un corridoio, in una stanza divenuta magazzino scoprimmo ciò che restava di un vecchio cucinotto.  Dovevamo al più presto portarlo alla luce e restituirlo alla scuola, disseppellirlo da tutte le cianfrusaglie accumulate nel tempo. Seguirono settimane febbrili di consultazioni, idee, progetti fino al giorno in cui, coinvolgendo il papà di una bambina, riuscimmo a svuotare anche il vecchio stanzino. Emersero tra la polvere secolare un grande lavandino, due tavoli da cucina, una doppia dispensa e, dopo aver ripulito il tutto, riuscimmo a ricomporre una vera e propria cucina!

“Ma come abbiamo fatto a scoprire questa cucina?” mi chiedeva Alex, meravigliato da questo nuovo locale affiorato dal nulla.

L’abbiamo “scoperta” con tanti ingredienti, caro Alex. E ora che ci ripenso bene questa potrebbe esserne la ricetta. La scrivo qui, per non dimenticarla e per ricordare a tutti noi prof. le dosi e il procedimento giusto, quello che serve sempre per fare della scuola una scuola davvero buona.

Ingredienti:

  • 1 kg di entusiasmo
  • 500 grammi di curiosità e creatività ben amalgamate
  • 1 litro di alleanze educative
  • 3 tuorli di ascolto attivo
  • 3 chiare di osservazione empatica
  • Divertimento quanto basta
  • Un pizzico di imprevedibilità 

Mescolare con cura il tutto. Cuocere in forno preriscaldato a 360° di inclusione.

NB: la ricetta è suscettibile a variazioni cosiddette “a occhio” a seconda dei casi, dell’impasto, della stagione. Servire ben caldo.

Francesco Pettinari 

docente di sostegno Ic Domenico Purificato, Roma

*Nell’articolo i nomi dei protagonisti sono stati cambiati a salvaguardia della privacy

 

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