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Teatro dell’Opera. Figaro: le nozze e l’elefante

ROMA – È un Figaro sorprendente quello che va in scena al Teatro dell’Opera di Roma fino al prossimo 11 novembre. E non poteva essere altrimenti, grazie alla regia di Graham Vick e alla direzione di Stefano Montanari. Il regista britannico, dopo aver curato Così fan tutte nel 2017, prosegue la trilogia di Mozart-Da Ponte con queste sue innovative Nozze di Figaro e si prepara alla messa in scena, fra un anno, di un Don Giovanni sicuramente poco tradizionale. I ruo

li principali sono affidati a due cast differenti, ognuno dei quali si trova a recitare su una scena completamente rinnovata. Il sipario non si apre mai: lo spettatore lo trova già spalancato sugli attori che prendono il loro posto sul palcoscenico. Così, mentre ancora in sala si chiacchiera o si guarda lo schermo del cellulare, le cameriere, tutte uguali e tutte diverse, iniziano inaspettatamente a lucidare senza sosta, con olio di gomito, un pavimento già pulito e gelido. Le vediamo poi, durante l’ouverture, gridare senza voce, disperate, picchiate da uomini immaginari; le vediamo scappare via terrorizzate, rincorse da qualcuno che ha già strappato loro i vestiti. Perché non c’è, in questo Figaro di Vick, un confine netto tra la finzione del palco e la realtà di un pubblico quasi incosciente dietro i propri telefonini. Per questo, forse, il palcoscenico rompe la quarta parete fino a portare i personaggi in bilico sul golfo mistico: perché sia chiaro che ciò che avviene di fronte agli occhi dello spettatore non è poi così distante dalla realtà in cui egli stesso vive.

La felice collaborazione tra Vick e lo scenografo-costumista Samal Blak porta dunque in scena un Figaro contemporaneo non solo nei costumi e nelle scenografie (jeans strappati e camere arredate come moderni loft), ma anche in una regia incentrata sulla condanna del tema portante dell’opera di Mozart: non il classico “ius primae noctis”, ma la violenza sulle donne e l’abuso di potere. In un intreccio tipico della commedia classica (scambi di ruolo, tradimenti, avance esplicite), quella che dovrebbe essere “un’opera buffa” si rivela terreno fertile per raccontare un problema che appare chiaro a tutti, ma nessuno ha il coraggio di denunciarlo. Come un ingombrante elefante dentro una stanza, famoso detto inglese ( “the elephant in the room”), la violenza e l’abuso su Susanna (Elena Sancho Pereg e Benedetta Torre) e su tutte quelle come lei, l’umiliazione subita dalla Contessa (Federica Lombardi e Valentina Varriale) più volte tradita dal Conte (Andrey Zhilikhovsky e Alessandro Luongo)  vestito come uno dei protagonisti di programmi trash della nostra tv – diventa il perno centrale della messa in scena. L’elefante appare fisicamente di fronte ai nostri occhi: dapprima dipinto sulla parete della camera della Contessa, intento a sfondare il muro in preda alla sua corsa furiosa, e poi direttamente in scena, con le sue enormi zampe pronte a schiacciare i personaggi-formichine. Il presagio di qualcosa di orribile e taciuto si concretizza quando la scena si popola di corpi di donne uccise, spogliate, impiccate, agonizzanti, mentre Figaro (Vito Priante e Simone Del Savio) intona leggero il suo “Aprite un po’ quegl’occhi, / uomini incauti e sciocchi,/guardate queste femmine, / guardate cosa son!”. E il contrasto appare evidente perché qui le “streghe che incantano”, le “maestre d’inganni”, sono invece corpi inermi, macabra cornice alle parole dell’infelice Contessa che canta “dove sono i bei momenti”, aggrappata all’elefante che la minaccia e insieme la sorregge.

La recitazione ha la meglio, su tutto: sulle voci delicate, talvolta sussurrate, forse volute per lasciare spazio alla denuncia e all’espressività che accompagna, più del solito, il bel canto. Salvo esplodere, poi, nei cori pieni. Si lascia spazio a un’interpretazione nuova e, a tratti, comica, con un piacevole ed esilarante Figaro o attraverso dettagli come la cuffia per ascoltare musica tutta ricoperta di paillettes e piume.

L’estrema contemporaneità dell’intera messinscena può far storcere il naso o comunque confondere. Ma resta il fatto che, in una veste frizzante e leggera, costringe a riflettere e a mettere in discussione il pubblico di oggi e le sue contraddizioni. Questa fu già prerogativa di Mozart e Da Ponte più di duecento anni fa. Il regista inglese e il suo scenografo hanno magistralmente fatto in modo che quell’ingombrante elefante diventasse ben visibile a tutti.

Il Figaro di Vick si chiude inevitabilmente con la risoluzione felice di tutte le contese. Tutto si perdona, in virtù di una felicità chiaramente falsa. Come le banconote sparse ovunque sulla scena. Come il sorriso forzato – ghigno di sofferenza – della Contessa.

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