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Cannes classic 72. “Pasqualino Settebellezze”, la Wertmueller che divise la critica

E’ un film del 1975, l’ottavo diretto da Lina Wertmuller, uno fra i pochi che non abbia un titolo chilometrico, un vezzo della nostra geniale regista, protagonista un bravissimo Giancarlo Giannini, già Mimi metallurgico e appena, insieme con Mariangela Melato, Travolti da un insolito  destino in un azzurro mare d’agosto.

Un film che ha diviso la critica. E’ la storia di “uno spregevole guappo napoletano, viscido e opportunista che riesce a superare ogni guaio  compreso il campo di concentramento nazista cavandosela sempre”  scrisse il Farinotti. Ma è anche la storia di “una vittima che finisce per diventare un mostro”, ebbe a precisare il Morandini. 

Le disavventure del giovane proletario  si svolgono nella Napoli del 1936 e pochi anni seguenti, e sono un’analisi feroce della filosofia della sopravvivenza. Un film drammatico che piacque agli americani:  ebbe, infatti, quattro candidature all’Oscar (per regia, sceneggiatura, Giannini attore protagonista e miglior film straniero). Ma anche una splendida fotografia di  Tonino Delli Colli e, ovviamente  un superbo Giancarlo Giannini. Da citare anche la scenografia di Enrico Job, marito della regista. Il titolo  spiritoso allude alle “sette bellezze” che sarebbero  le brutte sette sorelle del protagonista, una delle quali viene comunque sedotta da un tale che il guappo si trova costretto ad uccidere. Finito in manicomio, ne esce per entrare in un lager nazista, da cui peraltro a guerra finita torna a Napoli dove trova madre e sorelle che, come la famiglia di Eduardo in Napoli milionaria, hanno trovato il modo di rifarsi della miseria dandosi alla “vita”. 

Si ride, ma amaro.

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