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Procida, terra e mare. La storia di Gioconda

Gioconda guarda il mare. Dietro di sé la porta verde di casa, a sinistra il sentiero che porta al faro e agli orti, a destra la via che va al paese. Davanti solo il mare. Chissà a cosa sta pensando mentre passo di lì diretto al faro col costume rosso e la borsa da spiaggia. Il solito turista che viene a farsi la foto, sicuramente. 

-“Che bel panorama signora!”

-“Il mare è bello, d’estate è bello, ma d’inverno…” mi risponde mentre continua a guardare il mare laggiù, verso un punto indefinito.

Mi fermo, il faro non mi interessa più. Io ho la pelle abbronzata dal sole della spiaggia, lei dal sole della terra; io la crema sul viso, lei una pelle dura e solcata da rughe come un campo coltivato; le sue mani hanno lavorato nell’orto, le mie (forse) sulla carta. Siamo due mondi distanti eppure così vicini davanti al mare.

-“E d’inverno cosa succede?”

-“D’inverno le giornate sono lunghe, il tempo non passa mai, e piove sempre. Giorni su giorni senza mai smettere”.

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Gioconda guarda il mare e risponde alle mie domande, prima con una parola, poi con una frase, poi le frasi crescono, le parole vengono fuori come le onde, una dopo l’altra. Gioconda ha la riservatezza dei contadini e l’apertura degli uomini di mare. Terra e acqua insieme, mescolate. 

-“Chi vive d’estate, si scorda l’inverno” dice accennando un timido sorriso. E già, l’estate è il tempo per coltivare, il tempo del raccolto, tempo di provviste per l’inverno così lungo e piovoso, come insegna la formica alla cicala.

“Ma lei il mare piace?”

“Noi siamo contadini, lavoriamo la terra e non andiamo mica in villeggiatura” dice Gioconda. Il mare sta lì, lei lo guarda e le piace d’estate, è una presenza importante il mare, ma è la terra di quest’isola, la terra di Procida la sua vita. 

Stanotte ha piovuto parecchio, le faccio notare in un momento di silenzio per non perdere il filo del discorso. Un peccato per chi, come me, vuole godersi la vacanza al mare, una benedizione per lei, per la sua terra. “Ѐ da tanto tempo che non pioveva e se non piove come facciamo ad annaffiare l’orto? Si secca tutto. Allora dobbiamo usare l’acqua potabile, ma c’è troppo cloro e con quell’acqua lì la terra si asciuga subito. Serve l’acqua del cielo, l’acqua del rubinetto serve ai forestieri, sennò poi, quando tornano dal mare come si fanno la doccia? E questo noi di Procida dobbiamo farcelo entrare nella testa”

Terra e mare è Gioconda, radici forti e profonde di terra e orizzonti aperti e distesi di mare. I tempi sono cambiati, Gioconda sa che quest’isola non vive più solo di pesca e agricoltura. Ora c’è il turismo a farla da padrone, arrivano i villeggianti, quelli come me che d’estate devono farsi la doccia e un selfie vicino al faro, sulla via di casa sua. 

Gioconda non è mai stata al mare a prendere il sole o farsi il bagno, a prendere i ricci sugli scogli quello sì. E non con i guanti, che quelli non c’erano mica. Un paio di forbici e un cucchiaio per mangiarli bastavano.

-“E di che sapore sanno i ricci di mare?” 

-“Sanno di mare”.

Gioconda sa di che sapore sa il mare, il suo rumore è una voce che le fa compagnia da sempre, di giorno e di notte, d’estate e d’inverno. Da come parla il mare capisce che giorno sarà domani.

-“E d’inverno il mare come fa?”

-“Uh, d’inverno come urla!”.

Gioconda guarda il mare, è lì che è sempre stato, è lì che è sempre stata. 

Gioconda, sul sentiero per il faro.

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