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Covid 19. Niente stretta di mano. Trilussa aveva anticipato l’obbligo del distanziamento sociale

Fra le cose proibite dalla pandemia da virus che più hanno indispettito gli italiani, c’è il divieto della stretta di mano. Un popolo mediterraneo come il nostro ama i baci, gli abbracci, e non può fare a meno della stretta di mano.

Passi per i baci, limitati agli innamorati, passi per gli abbracci di cui forse abbiamo fatto un uso esagerato, ma porgere la mano a chi s’incontra al supermercato o in farmacia e che non vedi da tempo ci viene spontaneo e ritrarre quella mano già tesa è terribilmente imbarazzante. 

Dobbiamo forse abituarci a fare come vediamo in tv: la ridicola gomitata fra i politici, la destra sul cuore come i presidenti degli Stati Uniti, il braccio levato in alto come Marc’Aurelio a cavallo sulla piazza del Campidoglio? E’ il saluto degli antichi romani, che Mussolini scimmiottò quando il 5 agosto del 1938 sul Foglio di Disposizioni n.1128 del Partito Nazionale Fascista fece scrivere: ”Anche le strette di mano sono finite presso di noi: il saluto romano è più igienico, più estetico e più breve”. 

Sul fatto che la stretta di mano fosse in fondo ben poco igienica aveva detto la sua anche Trilussa in un sonetto di quegli anni: 

“Quella de da’ la mano a chicchessia

Nun è certo un’usanza troppo bella

Te po’ succede de strigne quella

d’un ladro, d’un ruffiano o d’una spia.

Deppiù la mano asciutta o sudarella,

quanno ha toccato quarche porcheria,

 contie’ il bacillo d’una malatia,

che t’entra in bocca e va nelle budella.

Invece, a saluta’ romanamente,

ce se guadagna un tanto con l’iggiene,

eppoi non c’è pericolo de gnente. 

Perchè la mossa te vie’ a di’ in sostanza:

-Semo amiconi … se volemo bene …

Ma restamo a una debbita distanza-“ 

Senza volerlo, Trilussa aveva anche anticipato l’obbligo del distanziamento sociale, come lo chiamiamo oggi. E proprio vero che i poeti sanno guardare avanti! E non è detto che Mussolini non abbia messo fuorilegge la stretta di mano proprio dopo aver letto la poesia di Trilussa.

Fatto sta che oggi, anno di grazia 2020, il divieto di darci la mano è duro da mandar giù. Soprattutto per l’uomo della strada, per la gente normale, per le signore. Mentre non è problema per i militari di ogni ordine e grado che se la cavano alzando la mano destra al berretto. Del resto, nel Far West i rudi cow boy si salutavano toccando con due dita la falda del cappellone. E ai tempi in cui anche da noi era di moda portare il cappello (la tuba, la lobbia, la bombetta, il borsalino, la paglietta, la coppola dei siciliani o il berretto di panno dei sardi) il saluto era obbligato: ci si scappellava più o meno cerimoniosamente e l’etichetta era salva. 

Ma noi, oggi, come ci possiamo comportare? All’orientale giungendo le mani come in preghiera? O con un inchino alla giapponese? Un autore fecondo,  Massimo Arcangeli, ci ha scritto un gustoso libretto  “L’avventurosa storia della stretta di mano” (Castelvecchi) e ha avanzato suggestive ipotesi, ma senza dare la soluzione del problema. Ognuno, dunque, farà quello che vuole. Personalmente, opto per il saluto romano,  quello degli imperatori e dei legionari romani. Gente seria.

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