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Libro. “Via Livorno”, un’autobiografia – 8: “A Bristol sulla Rolls Royce di Rex Harrison

Come responsabile delle pagine degli spettacoli del Giornale d’Italia  avevo frequenti contatti con le case cinematografiche italiane e straniere.

Di regola ero invitato alle conferenze-stampa di attori e registi, alle interviste, ai festival. In particolare, l’americana 20th Century Fox, attraverso il suo ufficio stampa italiano, mi offrì più di una volta l’occasione di un viaggio in Inghilterra per raggiungere il set di un loro film in lavorazione. Il primo di questi viaggi cominciò proprio, all’americana: una limousine lunga dieci metri venne a prendermi a casa in via Livorno. Mia mamma assistette alla scena dalla finestra: l’autista in divisa scese dal posto di guida, circumnavigò la limousine e mi aprì lo sportello. Mi aveva certamente preso per una persona importante, un vip del cinema. Al ritorno stessa procedura: limousine dall’aeroporto di Fiumicino a via Livorno. Di ritorno da Londra, sembravo un inglese.  Avevo rinnovato il guardaroba   alla Scotch House, negozio alla moda presso Piccadilly Circus, e da Harrods, i grandi magazzini dove pare che la regina in persona si recasse per gli acquisti di Natale. Un impermeabile double-face, un cappello scozzese, una sciarpa di lana dai colori vivaci, qualche camicia, dei pantaloni. Questi gli acquisti in sterline che fecero di me, almeno all’aspetto, un perfetto suddito di sua maestà. Il primo sul quale feci colpo fu proprio l’autista della limousine. 

Quella volta ero andato da Londra a Bristol dove Rex Harrison, gloria del cinema britannico, era impegnato nelle riprese di  Doctor Doolittle, un film del 1967 tratto da un classico della letteratura inglese per l’infanzia. Un po’ come le Avventure di Pinocchio del nostro Carlo Collodi. Il film era in lavorazione a Castlecomb, un paesino del Sussex che sembrava appunto uscito da una favola dei fratelli Grimm. Rex Harrison, che parlava un po’ di italiano perché ogni anno andava in vacanza a Portofino, mi accolse con molta cordialità e volle accompagnarmi sul set con la sua monumentale Rolls-Royce. Per la prima volta vidi un’automobile con i vetri elettrici ai finestrini: prima di partire dall’albergo la macchina fu circondata da una piccola folla di giovanissimi fan che volevano un autografo. Harrison tirò giù un vetro, firmò due o tre foglietti, prendendoli dalla moltitudine di mani che si erano spinte dentro l’abitacolo e poi d’un tratto, stizzito, spinse un bottone e tirò su il finestrino, rischiando di amputare qualche falange. “Un giorno si troverà in macchina un dito non suo” osservai timidamente. E lui, apprezzando lo humour britannico che senza rendermene conto avevo sfiorato, rise divertito. (8 – continua)

Da “Via Livorno”, La Quercia editore, autobiografia di Sandro Marucci, giornalista RAI e tutor della scuola di giornalismo dell’università LUISS. 

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