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Eremo di Montevirginio. Scoperta dai “volontari dei sentieri” l’antica strada dei Carmelitani Scalzi

MONTEVIRGINIO  (ROMA) – Il vero volontario accetta qualunque ruolo: in ospedale si fa infermiere, in casa badante di anziani, in caserma vigile del fuoco, fra i boschi è al servizio dell’ambiente.

O della storia, come nel caso dell’antico sacro Eremo di Montevirginio, che dal 1668 è un punto di riferimento della fede cristiana fra i castagni, le querce e i faggi del monte che una volta si chiamava Sassano e che oggi prende il nome dal duca Virginio Orsini che in quella porzione del suo immenso feudo al confine fra la provincia di Roma e di Viterbo volle erigere e donare all’ordine dei Domenicani Scalzi un luogo di meditazione e di preghiera tuttora in attività 

A Montevirginio, oggi frazione del comune di Canale Monterano, è nato un manipolo di volontari tutto particolare: il gruppo cittadino dei “volontari dei sentieri dell’Eremo”, che mai come ora hanno bisogno di essere sottratti all’abbraccio della natura che li circonda. Sono strade di origine storica, per secoli percorse a cavallo o in carrozza, che col tempo hanno perduto la funzione di collegamento fra palazzi patrizi, chiese sperdute fra i boschi e i conventi che in questo angolo di Maremma laziale hanno accolto le comunità di religiosi e di laici sensibili al richiamo della fede.   

Strade, sentieri, tratturi che poco alla volta la natura ha fatto sue. E oggi se non ci fossero quei volontari come Roberto Montironi che, messo mano a zappe, picconi e badili, hanno riportato alla luce tracciati medievali ricordati soltanto sulle carte più antiche, il sacro Eremo di Montevirginio non avrebbe ritrovato il suo originario ingresso che si apriva al termine di un viale di olmi, appena lastricato, che gli eremiti quando erano autorizzati dal Priore a uscire dal convento percorrevano ovviamente scalzi. E’ lì che sorge ancora la portineria esterna, che si potrebbe riportare all’antico splendore così come appare in un disegno ottocentesco. Era lì che arrivava il conte Orsini uscito dal castello di Oriolo, oggi palazzo Altieri, lungo un viale alberato che con altre ramificazioni collegava le diverse contrade in una zona tanto ricca di testimonianze storiche e artistiche a pochi chilometri dalla capitale da vantare un richiamo turistico che non esclude l’antico Eremo.   

L’occasione che ha voluto festeggiare la fatica dei volontari dei sentieri è stata una giornata di fine giugno che ha visto approdare all’Eremo le autorità locali, fra le quali il sindaco di Canale Monterano Alessandro Bettarelli, il Priore dell’Eremo, l’anziano padre Paolo, e rappresentanti di provincia, regione e protezione civile ma anche tanti laici che hanno animato le antiche sale con il festoso entusiasmo dei giovani. L’Eremo di Montevirginio ha rivissuto così per un giorno il calore della comunità. Dei frati domenicani che lo hanno abitato nei secoli oggi ne sono rimasti sei, anziani ma non per questo inoperosi. Sono silenziosi testimoni di anni lontani, quando l’Eremo con la sua grande chiesa ricca di opere d’arte, stretta fra la torre campanaria e la torre dell’orologio che sovrasta il chiostro al centro della corona di cellette dei frati, era meta costante di pellegrinaggi e accoglieva numerosi i novizi avviati al sacerdozio.

 I tempi sono cambiati, la crisi delle vocazioni ha influito sui ritmi dell’Eremo, ma non sulla missione che svolge da quasi quattro secoli. Sopravvissuto alla prepotenza napoleonica, alla fine del potere temporale della Chiesa, a due guerre mondiali, e ultimamente anche all’emergenza imposta dall’epidemia da covid 19, il sacro Eremo di Montevirginio offre tuttora al visitatore “silenzio, riposo fisico e spirituale, pace e serenità interiore”, come impose alle origini dell’ordine carmelitano che risale al secolo XII, la vocazione per la vita eremitica. 

 A leggere la regola carmelitana colpisce la vita di sacrificio chiesta agli eremiti: dovendo pensare solo a Dio dedicavano alla preghiera mentale e liturgica circa otto ore al giorno e protraevano il colloquio con Dio anche nelle loro celle. Penitenza corporale rigorosissima: la refezione consiste in pane, vino, frutta e legumi, burro e formaggio, ovviamente la carne era bandita, la nudità dei piedi, la disciplina o la flagellazione personale, il letto con le tavole, un silenzio perenne: quando due eremiti si incontravano in convento si salutavano in silenzio solo con un cenno del capo, quando invece si incontravano fuor di convento dovevano sviare il proprio cammino per non indulgere alla conversazione. E per favorire la vita di orazione l’Eremo è protetto “da più severa clausura che impedisce sotto pena di scomunica l’accesso a donne di qualsiasi grado e condizione”. 

I primi eremiti di Montevirginio furono dieci, così stabilì Paolo Giordano II, figlio del duca Virginio morto improvvisamente nel 1615 senza aver visto completata la fabbrica dell’Eremo. Non meno munifico del padre, il duca Paolo Giordano decise di provvedere al sostentamento dei primi eremiti con l’elargizione annua di quattro quintali di grano e di otto barili di vino mostro di Bracciano e di 26 scudi d’argento al mese, per tutto il tempo necessario a reperire entrate sufficienti con i prodotti dell’orto. Così risulta dagli antichi libri mastri usciti dagli archivi diocesani.

Nei secoli Montevirginio ha ospitato un numero sempre diverso di eremiti, a seconda delle vicende terrene cui i suoi abitanti assistevano dalle inferriate delle cellette. Oggi, come s’è detto, sono rimasti in sei, custodi di una regola che i Domenicani hanno fin dall’inizio voluto fosse più severa di quella di altri ordini religiosi. E in questo si sono sempre distinti nei secoli. 

 

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