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Libri. Storie vere di cani veri: “Dora, il pastore tedesco che riconosceva le strade di Torino”

Quando mia madre era piccola e viveva con i genitori e le tre sorelle in un appartamento di Torino, il cane di casa era un pastore tedesco, di cui lei mi ha sempre decantato la bellezza, l’intelligenza e la bravura in tutto.

Era una femmina, si chiamava Dora, come l’affluente del Po che attraversa la città. Era stata presa cucciola da mio nonno che nella Torino dei primi anni del secolo scorso era proprietario, insieme con un socio, di una grande segheria. 

Cresciuta fra le cataste di legname, Dora era diventata un ottimo cane da guardia ma aveva manifestato fin da piccola una spiccata predilezione per la vita domestica. Anche perché mio nonno aveva quattro figlie che quando le accompagnava in segheria passavano tutto il tempo a giocare con Dora, a riempirla di coccole, a farle assaporare il calore della famiglia. E quando era il momento di venir via per tornare a casa le quattro sorelline non volevano staccarsi da Dora e anche il cane, appena intuiva che era il momento del distacco, si intristiva e correva a nascondersi, offesissima, sotto una catasta di legna con la coda fra le gambe e le orecchie ammainate. Una volta sola le bambine erano riuscite a strappare al padre, che non era poi tanto burbero, il permesso di portare Dora a casa: il cane girò per tutte le stanze annusando ogni angolo e poi si accucciò tutta felice: sembrava volesse dire: “Qui si che sto bene!”. 

Poi accadde l’imprevisto: mio nonno dovette ritirarsi dalla società e con la segheria lasciò al socio anche il cane da guardia. Figurarsi il dolore delle quattro sorelline, che non sapevano darsi pace all’idea di perdere per sempre la lupa alla quale erano ormai affezionatissime. Un giorno sentirono raspare alla porta: era Dora che scappata dalla segheria era stata bravissima a ritrovare nella grande città la casa dove era stata da piccola, tanto tempo prima. Accolta dalle grida di gioia delle bambine, il cane felice si sdraiò là dove aveva dormito da cucciola e dove credeva di poter tornare. Dopo un po’ squilla il telefono: era il padrone della segheria il quale avverte che il cane era scappato: si era buttato giù dal camion sul quale era stato fatto salire dagli operai che dovevano consegnare del legname in città. Dora aveva riconosciuto le strade e al momento giusto era balzata a terra correndo a perdifiato verso la sua vecchia casa. “Non temere, Dora è qui da noi” disse il nonno al telefono. E poco dopo qualcuno venne a riprenderla per riportarla alla segheria. Altri pianti disperati delle sorelline, ma il padre fu irremovibile: “Un cane così non può vivere in un appartamento di città” sentenziò. 

Ma le fughe di Dora dalla segheria, dove peraltro era tenuta a catena, si ripeterono perché, non si sa come, ogni volta che riusciva a salire sul camion che si avviava verso la città per le consegne, al momento giusto saltava giù e correndo a perdifiato ritrovava la strada per tornare a “casa”. Ma ogni volta era riconsegnata al legittimo proprietario. Un giorno, era la vigilia di Natale, le bambine era affaccendate a decorare l’albero, quando sentono grattare alla porta. Era Dora, decisa a passare il Natale con quelli che considerava ancora i suoi “padroni”. Quella sera mio nonno non ebbe il coraggio di mandarla via: al telefono disse una bugia: ”No, Dora non è qui”. “Si sarà persa”, conclusero dall’altra parte del filo. Dal suo angolo Dora aveva seguito la telefonata con le orecchie dritte, e quando aveva capito che sarebbe potuta restare fece salti di gioia. Da quel giorno Dora non tornò più alla segheria ma rimase, felice e per sempre, in famiglia. Raccontandomi la storia di Dora, mia madre ripeteva sempre che quello era stato il più bel Natale della sua infanzia.

Da “20 storie vere di cani veri” di Sandro Marucci, edizioni La Quercia 2021 – 2

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