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Libri. Storie vere di cani veri. “Dick, setter sempre in favore di telecamera”

Ormai era abituato alle interviste. Nella grande casa triestina della popolare astrofisica fiorentina era un continuo via vai di colleghi scienziati e di giovani attirati dalla seducente loquela di colei che parlava di stelle, di pianeti, di comete e di altre lontane cose come fossero lì a portata di mano, in giardino o sul tetto, quasi le potessi toccare.

Era anche un continuo andirivieni di giornalisti che ponevano alla padrona di casa domande sull’intero scibile umano: dall’astronomia di cui era una celebrità, ai gatti che erano la sua passione, dalla politica che la trovava su posizioni azzardate alla letteratura: era un’accanita lettrice, la casa scoppiava di libri di tutti i generi. 

Tutto questo a Dick, setter vanaglorioso, piaceva moltissimo. Più gente c’era meglio poteva dar sfogo alla sua voglia di socializzare, di mettersi sempre in mezzo. Soprattutto se vedeva arrivare una telecamera. Ormai aveva imparato tutto il rituale: la padrona sul divano, l’intervistatore di fronte, il cameraman da una parte, il riflettore per la luce dietro a tutto, poi l’ordine: “Silenzio per favore!” e il ciak. Non era proprio cinema ma quasi. Il setter Dick era, manco a dirlo, il cocco di casa, poteva stare dovunque e fare quello che gli passava per la testa. E lui avrebbe voluto essere anche in quest’occasione al centro dell’attenzione. E spesso ci riusciva. 

Accoccolato sul divano accanto all’Astrofisica che parlava, lui era sempre “in campo”, come si dice in gergo, il che una volta o due non guasta: era un bel cane, dall’aria intelligente, “guardava in macchina” e sembrava che stessero ad intervistare proprio lui. Cambiava spesso di posto, ora sul divano a destra poi a sinistra, ora sulla poltrona o sul tappeto. L’intervista andava avanti senza problemi, la luce era giusta, le domande precise, le risposte perfette. Il problema era lui, Dick, setter intraprendente che non stava mai fermo ma sempre in favore di telecamera. Solo un paio di volte ha “impallato”, come si dice in gergo, la padrona mettendosi fra lei e l’obiettivo. Ed era stato fatto sloggiare dall’operatore indispettito. Ma anche in quel caso l’Astrofisica lo aveva difeso. “Vieni qui, povero cocco, non dare fastidio”. E il cocco rimase in primo piano. 

Concluse le riprese, il problema si presentò quando in studio si passò al montaggio e si vide che in ogni inquadratura c’era lui, Dick, cane attore mancato: sembrava il disturbatore televisivo che vedi spesso nei telegiornali insinuarsi alle spalle del giornalista impegnato nella diretta. Solo che tale cretino si poteva facilmente togliere dall’inquadratura, mentre per eliminare le immagini del cane si sarebbe dovuto tagliare metà dell’intervista. Fu un lavoraccio, che tuttavia all’Astrofisica, quando la vide in onda, piacque moltissimo, “anche perché – disse – si vede spesso il mio Dick!”. E anche al cane, che vide l’intervista al telegiornale seduto accanto a lei sul divano, piacque molto, perché ad ogni inquadratura in cui c’era lui scodinzolava soddisfatto.

Da “20 storie vere di cani veri” di Sandro Marucci, La Quercia editore 2021 – 16

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