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Monica Vitti: è partita ma resta nel mito

Monica Vitti è morta il due febbraio, un giorno più che palindromo: 2/2/22, che le sarebbe piaciuto per la sua unicità come le piacevano le cose stravaganti della vita.

E ricca di originalità è stata tutta la sua vita di attrice nata drammatica e diventata comica, fino ad un tragicissimo finale. 

Il 3 novembre scorso aveva compiuto novant’anni, ma da più di venti era chiusa nella sua casa romana, a due passi da piazza del Popolo, sofferente di una malattia degenerativa che l’aveva isolata dal mondo. Fino all’ultimo, ha avuto accanto il marito, il regista Roberto Russo, sposato dopo 27 anni di fidanzamento (come accreditano le cronache mondane), che la ha assistita con l’aiuto di una badante e che per due decenni l’ha protetta dalla malsana curiosità dei paparazzi che non si sa cosa avrebbero pagato per scattare una foto della lunga, indolore agonia dell’attrice. Qualche tempo fa si era sparsa la voce che era stata ricoverata in una clinica svizzera, e Russo si era affrettato a smentire: “Ma quale Svizzera, sta a casa sua!”. Ma non la fa vedere a nessuno.

Amaro destino quello di Monica Vitti: lei che è stata un’attrice a tutto tondo, ma soprattutto ironica, che nella vita ha sempre trovato spunti per ridere, si è trovata a dover vivere per anni nel buio di una mente che non le apparteneva più. Di lei ci restano i suoi film, alcuni significativamente impegnati, altri deliberatamente divertenti che ci rimandano il suo sorriso talvolta mesto, altre volte scanzonato, di attrice che aveva saputo cambiare registro, dal dramma esistenziale alla commedia grottesca. A scoprirla fu l’intuito di due grandi del cinema italiano che ebbero la fortuna di guidarla sul set: Michelangelo Antonioni che la volle protagonista nei suoi film della cosiddetta tetralogia dell’incomunicabilità (La notte, L’avventura, L’eclisse e Deserto rosso, girati uno all’anno nei primi Sessanta) e Mario Monicelli che nel ’67 la riabilitò come attrice brillante ne La ragazza con la pistola

Da allora è passato molto tempo, e della Vitti da tempo sui giornali si leggeva solo dei suoi antichi amori (Antonioni con il quale andò a vivere in un attico con vista sul Tevere di Ponte Milvio, il fotografo Carlo di Palma che contribuì con la magia dell’obiettivo a fare del suo viso da “capra semitica” (come, parafrasando Umberto Saba, ebbe a definirlo un critico particolarmente caustico nella sua rubrica televisiva di cinema che in quegli anni andava per la maggiore), un volto intrigante  da autentica diva del cinema, e per ultimo Roberto Russo: dopo due film in cui l’ha diretta negli anni Ottanta, è a lui che è toccato in sorte di vivere una terribile esperienza, ma anche un’irripetibile occasione di grande solidarietà umana, restandole accanto in questo ultimo scorcio di vita.

Fin dagli esordi sui palcoscenici dei piccoli teatri di cantina, Maria Luisa Ceciarelli, così faceva all’anagrafe di Roma, era stata consigliata a trovarsi un nome d’arte: Monica le era sempre piaciuto, Vitti lo ottenne troncando il cognome della madre, la bolognese Adele Vittiglia, dalla quale aveva preso anche molto del suo spirito allegro. E da allora è stato un successo dopo l‘altro, con qualificate occasioni televisive, il doppiaggio con la sua voce roca che in un primo tempo non piaceva ai registi, anche molto teatro. Fino al giorno in cui, inesorabile, il sipario è calato sull’attrice, lasciando alla donna un amaro destino di silenziosa sopravvivenza.

Oggi anche quel destino si è concluso. A dare la notizia, che subito ha fatto il giro del mondo riempiendo i giornali della sua biografia e le televisioni dei suoi film migliori, è stato Walter Veltroni, il giornalista diventato uomo politico e poi tornato giornalista: a lui Roberto Russo ha telefonato il ferale annuncio. “Monica se n’è andata…”. E Veltroni, come tutti noi che abbiamo conosciuto Monica, avrà pensato: “…e ha raggiunto i suoi maestri nel paradiso dei cinematografari, che sicuramente da oggi è più divertente”. 

    

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