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Venezia 80. Classici. “La provinciale” di Mario Soldati

La recente scomparsa di Gina Lollobrigida alla veneranda età di novantasei anni ha fatto risalire sui listini televisivi e sulle pagine della carta stampata il nome e alcuni titoli dei tanti film interpretati dalla popolarissima attrice italiana (che in Francia hanno chiamato “la Lollò”, in omaggio al suo splendido, caravaggesco décolleté, le lollò appunto). 

Non poteva esimersi dal rituale omaggio la Mostra di Venezia: quest’anno, nella piccola serie di film classici restaurati che accompagnano le proiezioni dei film in concorso, due soli sono i film italiani e fra questi figura un titolo, La provinciale, che a settant’anni esatti dalla sua uscita sugli schermi si conferma, pur datato, un film di qualità degno di essere ricordato e riproposto al pubblico giovane.

Non va dimenticato che mentre i film invecchiano nelle loro scatole di latta e si impolverano sugli scaffali delle case di distribuzione, le platee si rinnovano di continuo e un pubblico giovane più numeroso di quello anziano costretto a ripiegare sul cinema da video si sostituisce nei gusti e nelle esigenze, ma ha ugualmente diritto (se non proprio un dovere) di conoscere anche il cinema  che lo ha preceduto.

 La provinciale è uno dei migliori film di Mario Soldati che ha anche firmato la sceneggiatura alla quale la lavorato ispirandosi all’omonimo romanzo del 1937 di Alberto Moravia, il primo fra i tanti dello scontroso scrittore romano portato sullo schermo e mai con piena soddisfazione dell’autore. 

Va anche ricordato che alla sceneggiatura hanno collaborato Giorgio Bassani e Sandro De Feo e che il film è uno dei primi prodotti dalla coppia Carlo Ponti – De Laurentiis, prima della clamorosa rottura seguita ai rispettivi matrimoni d’interesse cinematografico dell’uno con Sophia Loren e dell’altro con Silvana Mangano, le dive di allora, autentiche galline dalle uova d’oro che ogni produttore era ben deciso a sfruttare da solo senza correre il rischio di vedersela soffiare da un concorrente.

La storia del cinema italiano è piena di coppie famose, e non sempre i successi al botteghino corrispondevano alla felicità domestica: Claudia Cardinale e Goffredo Lombardo sono un esempio lampante, gli altri sono Alfredo Bini e Rosanna Schiaffino, Monica Vitti di cui si impossessò Michelangelo Antonioni, che non era un produttore ma un regista e come tale un girono dovette mollare l’osso, e si potrebbe continuare.

Oggi non è più così: per sfondare nel cinema non c’è bisogno di sposare un produttore, basta avere le conoscenze giuste in una major hollywoodiana e, cosa che non guasta, un bel pizzico di fortuna.  

Questa è, ovviamente, una storia di provincia, protagonista un fiore di ragazza, la Lollo, che qui recita per la prima volta non doppiata, contesa fra un marito che non l’ama, una losca nobildonna che vuol farne una cocotte, (nel ruolo ritroviamo una splendida Nanda Primavera, allora una soubrette di primo piano del teatro di rivista pre Garinei & Giovannini). 

Finale accomodante per compiacere un pubblico allora più ingenuo e meglio disposto al trionfo dei buoni sentimenti, pre Tarantino, per capirsi.  

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