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Cannes 77. I classici : “Gilda”, 1946

Non si può scrivere di un film come Gilda senza aver prima provveduto a dare tutte le notizie possibili sulla protagonista, Rita Hayworth. Perché se il film del pur bravo Charles Vidor è entrato nella storia del cinema, non è certo per la trama che svolge o l’abilità del suo regista: Gilda deve la sua fama ormai leggendaria all’attrice che lo ha interpretato alla splendida età dei suoi 28 anni, spingendolo nell’empireo di Hollywood con la sua sola strepitosa presenza. 

Attrice, ballerina, cantante, capelli rosso fuoco (che lo spettatore non ha potuto ammirare perché il film è in bianco e nero), ha creato un personaggio entrato nel mito. Dopo di lei sarebbero arrivate Marylin Monroe, Joan Crawford, Lana Turner,  Grace Kelly, Kim Novak, ma il suo personaggio è stato fra i primi a farsi icona.

Era nata a Brooklyn, New York, nel 1918. Il padre, Eduard Cansino, era un ballerino di flamenco, immigrato di origini italiane, tanto che si diceva che la figlia Rita fosse nata a Torino, dove il cognome Cansino è piuttosto diffuso. Un fisico statuario, appena arrivata a Hollywood le cambiarono il nome imponendole quello della madre, appunto Hayworth. 

    Il primo dei suoi cinque matrimoni a soli diciotto anni, poi vennero quelli importanti, prima con Orson Welles nel 1943 poi con il principe ismailita Ali Aga Khan, erede dell’Aga Khan, quello che un giorno avrebbe lottizzato in Sardegna la Costa Smeralda: un matrimonio contrastato addirittura da Papa Pio XII che scomunicò l’americana per aver osato, da cattolica, sposare con rito musulmano il figlio di uno dei capi spirituali dell’Islam. 

Come non bastasse, l’anno in cui uscì il film, il 1946, gli Stati uniti fecero esplodere sull’atollo di Bikini la prima bomba nucleare a essere testata dopo la fine della guerra, e sull’ordigno (una trovata del produttore che irritò l’attrice) qualcuno aveva scritto col gesso “Gilda”, e da allora la bellezza della Hayworth fu definita “atomica”.  (Da noi più modestamente il “Gilda” è uno stabilimento balneare alla moda, a Fregene).

Tornando a Gilda, l’attrice ne è la conturbante protagonista nei panni voluttuosi di una sciantosa, spesso in un memorabile tubino nero. La vicenda si svolge in Argentina nell’immediato dopoguerra, lei è contesa fra un ex- marito geloso che tenta di riprendersela  e un amante deciso a non perderla. Fra danze sfrenate e ritmi indiavolati, c’è una canzone anch’essa entrata nel mito, Amado mio, che Gilda canta con voce suadente. 

Come s’è detto, il film deve la sua fortuna alla protagonista che non ne ebbe altrettanta nella vita: è morta nel 1987, si disse alcolizzata, in realtà fu vittima di uno dei primi casi riconosciuti ufficialmente come morbo di Alzheimer.

Il film non è un capolavoro, ma merita di essere ricordato e bene ha fatto il Festival di Cannes a inserirlo nella rosa dei “classici” restaurati che accompagnano la selezione ufficiale. 

          Ogni film appartiene al suo tempo, oggi Gilda non avrebbe lo stesso successo di quando uscì (a parte che oggi non ci sono, per fortuna, bombe atomiche da dedicargli), mentre una diva come la Hayworth sarebbe di certo diventata popolare molto più di certe scipite influencer di casa nostra.  

Regia di Charles Vidor (1946)

con Rita Hayworth, Glenn Ford, George Mcready, Joseph Calleya,  Steven Greay.

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