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La geografia della ferita: Antonio Spadaro e Davide Rondoni e il Cantico delle creature di San Francesco

Può la poesia parlare ancora al cuore dell’uomo? Può un verso sopravvivere ai secoli, farsi ricordo? E, soprattutto, possono le parole di un uomo vissuto otto secoli fa entrare nelle vite dei ragazzi e delle ragazze del terzo millennio?

L’esperienza sembra essere la chiave per rispondere a queste domande, come dimostra l’incontro organizzato all’interno della manifestazione “Più libri più liberi” – la Fiera della piccola e media editoria in corso a Roma fino all’8 dicembre.

L’evento, promosso dal Comitato nazionale per la celebrazione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, ha visto dialogare il poeta e scrittore Davide Rondoni, il gesuita, giornalista e critico letterario Antonio Spadaro, insieme agli scrittori spagnoli Jesús Losada e Antonio Colinas. Il tema centrale? Il Cantico delle creature di San Francesco, indagato davanti a una platea di giovani attenti e partecipi.

La poesia come segno universale

Nelle riflessioni dei poeti spagnoli Losada e Colinas, emerge la capacità di San Francesco di parlare attraverso la lingua universale dello stupore. La natura diventa nei loro versi la manifestazione primordiale della ferita umana, un luogo dove poesia e fede si incontrano. Per Davide Rondoni, invece, la domanda cruciale è un’altra: perché Francesco, in prossimità della morte, ha scelto di lodare Dio attraverso le sue creature? La risposta, suggerisce Rondoni, è che ogni creatura porta il segno di Colui che l’ha creata, un riflesso del Divino.

“Quando si ama veramente qualcuno, si comprende che quella persona non ci appartiene,” afferma Rondoni. “È un segno del Divino, immagine di una appartenenza più grande.” San Francesco, consapevole di questa verità, ha lasciato ai suoi frati non solo una regola di vita, ma anche le parole del Cantico, affinché potessero portarle ovunque.

Poesia come dono e ferita

Francesco non ha lasciato slogan o frasi di poco conto, ma versi poetici che – secondo Rondoni – riconoscono il valore dell’umanità. “Le poesie sono come le persone,” dice il poeta, “non si capiscono, ma si comprendono, si portano con sé per tutta la vita. Francesco ci ha fatto dono di una poesia perché credeva profondamente nella nostra capacità di custodirla.”

Nel Cantico, l’uomo si distingue tra le creature per una qualità unica: il perdono. “Il perdono è l’atto d’amore più libero,” osserva Rondoni, citando i celebri versi:
“Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke / perdonano per lo tuo amore, / et sostengo infirmitate et tribulatione.”

La ferita come geografia dell’anima

“Chi è l’esperto?” si chiede Antonio Spadaro, richiamando San Bernardo: “L’esperto non è chi studia, ma chi vive.” Francesco ha fatto un’esperienza unica, e la sua poesia ne è l’espressione autentica. Per Spadaro, il Cantico riflette una “geografia della ferita”, quella condizione umana fatta di limiti, dolori e sofferenze. Ma proprio da queste ferite – fisiche e spirituali – nasce l’apertura alla lode e all’amore.

San Francesco, malato e segnato dalle stigmate, non si è chiuso nella tragedia, ma ha trasformato la sua condizione in una fonte di bellezza e speranza. “Lodare è qualcosa che oggi ci appartiene poco,” osserva Spadaro. “Eppure, l’esperienza dell’amore ci dispone ancora alla lode, come il Cantico delle creature continua a insegnarci. Quando tocchiamo la sofferenza, la malattia, e sentiamo la geografia della ferita, proprio allora – con corpo e anima – possiamo aprirci finalmente alla lode.”

Un messaggio universale e senza tempo

Le parole di San Francesco attraversano i secoli, capaci di risvegliare la nostra umanità più profonda. La sua poesia ci invita a vivere l’amore e la gratitudine anche nelle situazioni di difficoltà, trasformando le ferite in ponti verso la speranza. In questo senso, il Cantico delle creature è un dono che continua a parlare, stupire e ferire, ricordandoci che la vita, nonostante tutto, merita ancora una poesia.

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