Carne coltivata, le staminali bovine ricreano muscoli e vasi

Cellule embrionali bovine hanno generato tessuti tridimensionali con fibre muscolari, neuroni e strutture vascolari. Un passo importante verso bistecche coltivate più complesse, anche se restano grandi ostacoli produttivi ed economici

Riprodurre in laboratorio una bistecca non significa soltanto moltiplicare cellule muscolari. Una vera porzione di carne è un tessuto biologico complesso, formato da fibre organizzate, grasso, nervi, matrice extracellulare e vasi sanguigni. Proprio questa architettura rappresenta uno dei principali ostacoli allo sviluppo della carne coltivata.

Un gruppo internazionale di ricercatori, coordinato da Miki Ebisuya e Marina Sanaki-Matsumiya, ha compiuto un passo significativo utilizzando cellule staminali embrionali bovine. Lo studio mostra che queste cellule possono differenziarsi contemporaneamente e auto-organizzarsi, formando tessuti tridimensionali composti da fibre muscolari, cellule nervose e reti vascolari.

Il risultato non equivale ancora alla produzione di una bistecca coltivata pronta per il consumo. Dimostra, però, che la complessità della carne potrebbe essere ottenuta sfruttando in parte i naturali meccanismi dello sviluppo cellulare.

Perché le staminali embrionali bovine sono importanti

Gran parte della ricerca sulla carne coltivata utilizza cellule staminali adulte, spesso prelevate dal tessuto muscolare dell’animale. Queste cellule possono moltiplicarsi e trasformarsi in fibre muscolari, ma possiedono una capacità proliferativa e differenziativa più limitata.

Le cellule staminali embrionali bovine, invece, conservano la pluripotenza: possono cioè dare origine a differenti popolazioni cellulari. Questa caratteristica permette di immaginare un processo nel quale muscoli, nervi e strutture vascolari non vengano prodotti separatamente e poi assemblati, ma si sviluppino insieme.

È una differenza sostanziale. La produzione separata dei diversi tipi cellulari richiede numerosi protocolli, bioreattori e passaggi di bioingegneria. L’auto-organizzazione potrebbe rendere il processo più simile allo sviluppo naturale dei tessuti e, in prospettiva, semplificare la realizzazione di prodotti tridimensionali.

Fibre muscolari ottenute in 15 giorni

I ricercatori hanno guidato le staminali bovine attraverso una serie di fasi di differenziazione, partendo dalla formazione del mesoderma presomitico, una struttura embrionale dalla quale derivano anche i muscoli scheletrici.

Nell’arco di 15 giorni sono comparse fibre muscolari dotate di sarcomeri, le unità microscopiche responsabili della contrazione. Le cellule hanno inoltre mostrato oscillazioni del calcio, un segnale dell’attività muscolare, in risposta agli impulsi provenienti dai neuroni spinali generati all’interno della stessa coltura.

Questo dialogo tra cellule nervose e fibre muscolari è particolarmente interessante perché indica un livello di organizzazione superiore rispetto a una semplice massa di cellule. Il tessuto ottenuto riproduce, seppure in forma ancora rudimentale, alcune interazioni tipiche del muscolo animale. Lo studio scientifico è consultabile su PubMed.

Il nodo decisivo della vascolarizzazione

Uno dei risultati più rilevanti riguarda la formazione di cellule endoteliali, cioè quelle che rivestono internamente i vasi sanguigni. Nelle colture tridimensionali queste cellule hanno dato origine a reti distribuite all’interno del tessuto.

La vascolarizzazione è uno dei grandi problemi della carne coltivata. Nei tessuti molto piccoli, ossigeno e nutrienti possono raggiungere le cellule per semplice diffusione. Quando lo spessore aumenta, però, le cellule più interne rischiano di non ricevere nutrimento sufficiente e di morire.

Per produrre una bistecca di dimensioni realistiche servirebbe quindi una rete capace di distribuire in modo uniforme ossigeno e sostanze nutritive. Le strutture ottenute nello studio rappresentano un primo modello vascolare, ma non sono ancora vasi maturi e perfettamente funzionanti, attraversati da un flusso come quelli presenti nell’organismo.

Dai microtessuti alla bistecca coltivata

La distanza dalla produzione alimentare resta considerevole. Gli aggregati tridimensionali ottenuti misurano circa 0,6 millimetri di diametro: una dimensione minuscola rispetto a una bistecca.

Per passare dal laboratorio alla produzione industriale sarà necessario aumentare di molte volte il volume dei tessuti, sviluppare reti vascolari più mature e controllare la disposizione delle fibre. Sarà inoltre indispensabile integrare cellule adipose e tessuto connettivo, componenti determinanti per sapore, consistenza e proprietà nutrizionali della carne.

Un altro ostacolo è rappresentato dai costi. I terreni di coltura, i fattori di crescita, le apparecchiature e le condizioni di sterilità rendono ancora onerosa la produzione di tessuti complessi. Il protocollo sperimentato dai ricercatori è privo di siero, un elemento importante in vista di applicazioni alimentari, ma la sua scalabilità dovrà essere dimostrata.

Una piattaforma per la carne coltivata del futuro

Lo studio va quindi interpretato come una prova di fattibilità, non come una ricetta industriale già pronta. La vera innovazione consiste nell’aver utilizzato un’unica fonte cellulare per generare contemporaneamente muscoli, neuroni e cellule endoteliali.

Se il metodo potrà essere ampliato e reso economicamente sostenibile, la carne coltivata potrebbe evolvere dagli attuali prodotti costituiti soprattutto da cellule aggregate verso tagli più spessi, strutturati e simili alla carne convenzionale.

La bistecca coltivata del futuro rimane ancora lontana. Ma la capacità delle staminali bovine di costruire autonomamente una parte della propria architettura biologica indica una strada concreta: non limitarsi a coltivare cellule, ma imparare a far crescere veri tessuti.

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