Dagli abiti gioiello de Il diavolo veste Prada 2, alle mise di Jane Fonda in Barbarella, fino alla tunica di Anthony Hopkins, imperatore in Those About To Die. Dal 10 ottobre a Cinecittà si Mostra un nuovo allestimento di costumi originali mette in scena l’abilità artigianale nel trasformare la materia in creazioni da indossare. Nell’anno del centenario di Danilo Donati
ROMA – La sapienza artigianale mostrata al suo zenit attraverso l’utilizzo di originali materiali messi al servizio della moda: pvc, juta, reti metalliche, perfino assemblaggi modulari, sono loro i protagonisti della nuova selezione di abiti di scena di Cinecittà si Mostra, ospitata da sabato 10 ottobre nell’esposizione permanente degli Studi di Via Tuscolana.
L’allestimento propone una riflessione sul ruolo della materia nel costume cinematografico, ripercorrendo oltre mezzo secolo di sperimentazione attraverso alcuni protagonisti assoluti della storia del cinema, della moda e dell’artigianato italiano rilevando ancora una volta quanto elevata sia la capacità di costumisti e artisti che con mani preziose quanto l’oro sono in grado di dar corpo alle creazioni più sorprendenti.
Proprio l’oro è l’elemento fondante di una vera e propria collezione di accessori e architetture indossabili, utilizzate dalla costumista Molly Rogers per Il diavolo veste Prada 2. Selezionate dal repertorio di Pikkio, storica azienda italiana specializzata nella lavorazione dei monili per cinema, teatro e alta moda, questi abiti gioiello superano il concetto tradizionale di vestito. Catene, ricami tridimensionali, applicazioni dorate e perle contribuiscono alla costruzione dell’intera silhouette, trasformando il gioiello nella struttura stessa dell’abito.
Evocando elementi di storia del costume di grande fascino come panier e gorgiere, queste creazioni sono state d’ispirazione tale per le scene della Milano Fashion Week che per la performance di Lady Gaga la costumista ha usato, aggiungendo una pioggia di strass, un copricapo a cuore firmato da Simone Picchio, fondatore e titolare della Pikkio Jewels.
Di oro sono rifinite anche le sontuose vesti (Tirelli Trappetti) usate per Those About To Die, la serie Prime Video girata negli Studi di Cinecittà, con un cast internazionale capeggiato da Anthony Hopkins nei panni di Vespasiano. Il costumista Gianni Casalnuovo ha lavorato a stretto contatto con il regista Roland Emmerich trovando ispirazione per tinte e tessuti nelle usanze in voga a Pompei. Oltre alla tunica di cotone bianco di Hopkins, il cui raffinato contrasto cromatico tra bianco e oro doveva echeggiare la sacralità attribuita naturalmente agli imperatori, in mostra è esposto anche l’abito celeste intenso di Gabriella Pession, un’ambiziosa patrizia romana.
Qualche finitura e ricamo dorato si affacciano anche tra le pieghe delle tre mise scelte per ricordare Danilo Donati a cui, in questo anno del centenario della nascita, Cinecittà si Mostra non manca occasione di omaggiare il visionario talento. Stavolta provengono dai film di Pier Paolo Pasolini (Sartoria Farani) le creazioni del due volte Premio Oscar: tessuti naturali, lane grezze, juta, bottoni a mò di campanellini vestono Silvana Mangano e Maria Gabriella Maione nel Decameron, mentre dai Racconti di Canterbury arriva una pellanda, l’ampio capospalla tipico del tardo medioevo indossato proprio da Pasolini nel ruolo di Geoffrey Chaucer, padre della letteratura inglese.
La materia si fa impalpabile e si carica di seduzione nei due abiti da sera in pura seta disegnati da Gitt Magrini per Il Conformista di Bernardo Bertolucci (Tirelli Trappetti). Il vestito bicolore in seta bianca e nera indossato da Stefania Sandrelli attinge direttamente dall’estetica di Coco Chanel, traducendo la ricerca di un’eleganza borghese in un motivo grafico d’impatto. Di contro, la mise in raso di seta color cipria, sfoggiata da Dominique Sanda, richiama esplicitamente l’invenzione più famosa della stilista Madeleine Vionnet: il taglio sbieco.
Ma è con il focus sul film Barbarella che questa nuova selezione di abiti tocca il vertice dell’eccentricità. Dal racconto fantascientifico di Roger Vadim arrivano cinque capi (Sartoria Farani) firmati da Jacques Fonteray che inneggiano alla sensualità femminile e all’estro creativo. Tanto che per l’ideazione di due di questi costumi, le armature delle guardie, fatte interamente di cuoio fu scomodato Carlo Rambaldi.
Particolarmente significativi anche gli abiti della scena della festa, dove il linguaggio del costume raggiunge livelli di assoluta sperimentazione. Inserti plastici trasparenti sostituiscono il tessuto tradizionale, richiamando l’impiego del rhodoid, l’acetato di cellulosa utilizzato da Paco Rabanne per creare accessori e componenti innovativi, leggeri e colorati.
Un abito collana utilizza la ciniglia montata in modo tubolare, esattamente come nelle tende antimosche diffuse nelle case italiane del boom economico. Questo dettaglio testimonia come la moda degli anni Sessanta guardasse sempre più al design industriale, alla cultura popolare e agli oggetti della vita quotidiana.
È appunto l’epoca della Space Age Fashion di Rabanne, Pierre Cardin e André Courrèges che sostituiscono il tessuto con PVC, vinile, metalli e materie plastiche: mettendo da parte i materiali tessili questi stilisti guardano alla corsa allo Spazio e alla fiducia nella tecnologia di quegli anni. In poco tempo gli abiti diventano delle moderne creazioni che stringono l’occhio alla pop art e rendono le donne più dinamiche e indipendenti.
Proprio come Barbarella di cui in mostra è possibile ammirare il futuristico body con apertura sull’addome, elementi plastici sul seno e mantello, che ha fatto di una giovanissima Jane Fonda un’eroina interplanetaria difficile da dimenticare. Completa il look intergalattico il bracciale originale (E. Rancati); non solo gioiello decorativo ma vero e proprio dispositivo tecnologico da polso, il comunicatore Alpha 70 che viene utilizzato per tradurre e dialogare nei diversi linguaggi della galassia, come fa la Fonda nelle scene in cui parla con Ugo Tognazzi.
Incancellabili anche le mise di Alberto Sordi nel Marchese del Grillo e Massimo Troisi nel Viaggio di Capitan Fracassa (entrambi Costumi d’Arte Peruzzi): due campioni della risata di cui Cinecittà si Mostra ripropone gli emblematici abiti del marchese perdigiorno e Pulcinella. A quest’ultimo in particolare, spetta il compito di tributare un piccolo e doveroso omaggio a Ettore Scola, uno dei grandi maestri del nostro cinema che hanno lavorato e amato Cinecittà, nel decennale della sua scomparsa.
La nuova selezione degli abiti di scena, visibile fino al 15 febbraio 2027, è a cura di Barbara Goretti (responsabile Cinecittà si Mostra e MIAC) con il contributo di A.S.C (Associazione Italiana Scenografi Costumisti Arredatori).


