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Dentro la mente dell’assassino. Annullare l’altro da sé

ROMA – Spesso, i cronisti, quando devono scrivere di un essere umano ferito volontariamente a morte da un altro essere umano, spesso, riportano la notizia così come è giunta loro dalle agenzie, senza farsi l’immagine di quanto è successo.

Le parole, che per avere un senso debbono avere un contenuto di immagini, sono scritte e lette troppo astrattamente. Quelle parole non descrivono l’orrore del crimine disumano, né il dolore e lo sgomento di chi ha amato la vittima; non descrivono soprattutto le caratteristiche umane dell’assassino né tanto meno l’intenzionalità inconscia che lo ha portato a compiere quel gesto che gli fa perdere, spesso per sempre, la sua umanità più profonda.

Chi uccide un essere umano esce materialmente dalla società civile dopo essere in precedenza uscito dall’idea del riconoscimento dell’altro da sé come un uguale a sé stesso: “l’altro non è come me, non vuole o non può essere come me, quindi è un diverso da eliminare. Se possibile solo mentalmente … ”. Questo è il ragionamento, più o meno inconscio più o meno cosciente, che fa un uomo il quale annullando l’altro da sé perde sé stesso e il senso dell’umano.

Per l’omicida l’essere umano soppresso è un ‘qualcosa’ che egli aveva già distrutto dentro di sé, spesso senza averlo nemmeno conosciuto. Per l’omicida l’altro da sé è ‘un’esistenza astratta’, non ha senso, non ha valore umano, è un diverso, uno straniero da odiare, un essere ostile e perturbante da eliminare.
Abbiamo sentito spesso criminali, come quelli della banda di Felice Maniero, raccontare dei loro feroci delitti come se raccontassero di essere andati a fare la spesa, o a trovare la mamma. Non c‘era un velo affettività in loro, non c’era neppure l’odio … c’era il nulla. I loro occhi erano freddi e senza la fiamma dell’umano.

Due giorni fa, a Grottaferrata, una cittadina alle porte di Roma, è stato ucciso un giovane di 21 anni e un suo amico è stato ferito, solo perché qualcuno di loro aveva urtato in maniera fortuita un altro. Due esseri umani presi a coltellate per una spallata accidentale, uno è morto. Cosa racconteranno alla madre che il figlio è morto perché ha urtato un ragazzo? Tre ventiduenni italiani sono stato fermati per la morte del ragazzo, due di loro erano spacciatori, in altre parole vendevano morte. Ecco bisogna cominciare a pensare che anche coloro che spacciano droghe pesanti, quindi letali, sono dei potenziali assassini, che perduto il senso del proprio esistere, cercano di uccidere, psichicamente e/o fisicamente, chi intorno a loro ha conservato ancora un barlume di umanità; questi individui hanno necessità di uguali che confermino la loro ‘normalità’, se non ci sono preconfezionati se li ‘fabbricano’.

Ma altri delitti contro la persona di questo genere sono accaduti dall’inizio dell’anno come quello assurdo di un uomo di origine marocchina che ieri ha ucciso un ventunenne romeno con un punteruolo solo perché questi non lo aveva salutato.
È chiaro che chi va in giro armato non lo fa quasi mai per difesa personale, è armato perché l’arma lo fa sentire potente e soverchiante, è armato perché crede che gli esseri umani, che non sono suoi parenti o amici, siano tutti nemici in quanto diversi da sé, diversi da ciò che egli sa riconoscere come simile a se stesso. Chi non rientra nelle sue categorie vale quanto una mosca, che va schiacciata se diventa importuna.

Un essere umano che toglie la vita volontariamente ad un altro essere umano è sempre uno psicotico anche se, come è successo a Porto Recanati, il 13 gennaio, dove un uomo di 27 anni albanese ha ucciso freddamente con un colpo di pistola alla testa un suo connazionale,  vi sono ‘ragioni’ legate a moventi di interesse. Questo vale sia per il figlio che uccide un genitore per l’eredità sia per il camorrista che uccide un rivale nella spaccio di stupefacenti o un giornalista scomodo. Anche se questi assassini sono spesso considerati sani di mente perché sono persone ‘normali’, gentili, affettuose con i famigliari e magari anche ferventi religiosi, con tanto di Benedetto XVI sul cruscotto della macchina, in effetti sono esseri umani che hanno barattato da tempo la propria immagine interna per un falsa figura esterna che nasconde la più mostruosa ed invisibile delle malattie umane: la pulsione di annullamento verso l’altro da sé.

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