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Caso Ruby. Ilda la Tosta, la bestia nera di Arcore, sulle tracce del Caimano

MILANO – La più odiata dai berlusconiani e dai giornali di famiglia. Non solo donna lontana mille miglia dallo stereotipo in gran voga a Mediaset, non solo magistrato ma anche con i capelli rossi che, nell’immaginario collettivo berlusconiano, sono il segno inequivocabile di una indelebile compromissione con i “comunisti”, quelli che vorrebbero vedere il Caimano marcire finalmente in galera.

Ilda Boccassini, 61 anni portati con cipiglio, procuratore aggiunto a Milano, un’amicizia fraterna con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (si fece trasferire in Sicilia per acciuffarne gli assassini), pubblico ministero da sempre a caccia di mafiosi e gangster, è assurta oramai a bestia nera di Berlusconi e dei suoi avvocati Pietro Longo e Niccolò Ghedini, che però la temono forse come nessun altro magistrato milanese. Lei ha una vecchia dimestichezza con il magnate di Arcore, fin da quando l’allora procuratore di Mani pulite, Saverio Borrelli, la chiamò nel pool dopo le dimissioni di Di Pietro e le affidò il compito di seguire le malefatte del futuro premier e del suo avvocato di fiducia Cesare Previti. Da quel momento, Ilda la Tosta impugnò una tenzone senza esclusione di colpi con il reuccio del Foro romano, da sempre “fiduciario” dei problemi legali del Cavaliere nella Capitale.

Ilda la Tosta conquistò le prime pagine dei quotidiani e i titoli di apertura dei telegiornali nella requisitoria tenuta al processo Sme, in cui Previti era accusato di aver corrotto i giudici Squillante (allora capo dei Gip romani) e Mesiani e poi Attilio Pacifico, Filippo Verde (anche lui un ex giudice) per impedire la vendita del colosso alimentare pubblico a Carlo De Benedetti, odiato nemico di Bettino Craxi, che proprio per questo ordinò al suo sodale Silvio Berlusconi di impedire definitivamente quella cessione. Ma furono le immagini di un’Ilda precisa, tagliente come una lametta e di un Previti riottoso ma a tratti conciliante a fare dei due l’icona di un’Italia spaccata a metà. La definitiva caduta dell’ex ministro della difesa, condannato in via definitiva in Cassazione per la vicenda Imi-Sir e radiato dall’Albo professionale degli avvocati, in qualche modo è anche merito di Ilda la Tosta.

Ora Berlusconi se la ritrova di fronte e direttamente, non più per “colpa” del suo fiduciario romano. È infatti lei ad aver coordinato il lavoro di indagine sul caso Ruby, ad aver sguinzagliato le cimici per intercettare le telefonate delle amichette del premier, è lei ad aver impegnato – come ha denunciato il premier nel suo discorso di ieri in televisione – centinaia di uomini “che nemmeno nelle indagini di mafia” per scoprire se il Presidente del Consiglio avesse realmente commesso il reato di sfruttamento della prostituzione minorile e concussione aggravata. È lei, infine, ad aver materialmente redatto quelle trecento pagine di documentazione inviata alla Camera dei deputati per richiedere le perquisizioni domiciliari (quella tentata negli uffici del ragioniere di fiducia del premier Giuseppe Spinelli è andata a vuoto per la pronta affissione davanti alla porta della scritta “Di pertinenza del Presidente del consiglio”), che oggi dovrebbero diventare pubbliche. Chi le ha compulsate parla di “prove inoppugnabili” e di una lettura che va oltre lo scandaloso.

Ilda la Tosta, insomma, ancora una volta si presenta come la più temibile ed agguerrita “nemica” del Caimano, una “donna che non è nella sua disponibilità”, come recita un oramai famoso pronunciamento di Rosy Bindi dopo le poco gentili parole che l’attempato ma ancora arzillo Berlusconi le ha più volte dedicato circa le sue qualità fisiche. Una “nemica” che si limita a fare il proprio dovere, con un’integerrima fiducia nella legge. Ma è proprio questo a sconvolgere la prosperosa vita della corte di Arcore, laddove leggi e regolamenti sono da sempre considerati, né più né meno, come articoli di un listino. E a volte anche molto costosi.

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