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Shakespeare e l’immagine femminile

ROMA – Sabato 12 febbraio, alle ore 18, nella libreria Amore e Psiche di Roma, verrà presentata la prima opera letteraria di un giovane saggista, che insegna nei Licei di Roma: Paolo Randazzo.

Questo suo lavoro, L’immagine femminile in Shakespeare, notevole sia dal punto di vista filologico che da quello ermeneutico, mette in crisi i metodi interpretativi utilizzati sinora. All’inizio del volume vengono narrati i presupposti storici dell’opera shakespeariane; ad esempio il fatto importante della sincronia storica, delle opere più importanti del Bardo, con il regno di una donna, con una spiccata identità femminile: Elisabetta I.
Un altro pregio: all’inizio di ogni capitolo, dedicato ad un personaggio femminile dell’opera shakespeariana, Desdemona, Ofelia, Giulietta e Lady Macbeth, appare una fondamentale informazione sulle fonti letterarie di ogni tragedia.

Ma è comunque difficile raccontare, nello spazio di una recensione, un lavoro così importante e così denso di contenuti, dal quale si potrebbero sviluppare molti altri filoni di ricerca. Possiamo provare a “raccontare” l’atmosfera che si respira leggendo questo lavoro il quale somma solide radici culturali, un respiro universale e uno linguaggio leggero, che appassiona.
In un clima culturale come quello che stiamo vivendo, dove ancora arrivano gli echi dei filosofi del “pensiero debole” e dove il razionalismo, con le sue rigide griglie interpretative, rimane l’unico strumento ermeneutico, l’autore gioca le sue carte, sparigliando i giochi ripetitivi che non hanno più la forza né di decifrare le opere d’arte universali né di arricchirle, donando loro senso e valore.
Le carte che l’autore utilizza per interpretare alcune immagini femminili, ma non solo, nell’opera shakespeariana, sono in parte svelate dalle prime parole dell’ introduzione: “Questa ricerca parte da un’ossessione: come mai le eroine letterarie devono sempre morire fisicamente o psichicamente.”

“Ossessione” che potremmo tradurre come un rifiuto a questo paradigma assurdo, apparentemente normale, che dura da almeno quattromila anni”. “Una storia di Piramo e Tisbe, di more bianche che diventano nere per il sangue di amanti ingannati l’uno dall’altro. Una storia di Amore e Psiche, di buio che protegge l’amore, di lume acceso che fa sparire l’amore. Di conoscenza e di sesso che non riescono a stare insieme”. Questa citazione, presente nel volume, di una frase tratta dal libro di Massimo Fagioli Bambino donna e trasformazione dell’uomo, sintetizza efficacemente questa assurda credenza, presente, da sempre, nella cultura occidentale, secondo la quale esiste un’assoluta impossibilità per donne e uomini di lasciarsi andare ad un rapporto di desiderio.
Il millenario mito babilonese di Piramo e Tisbe, raccontato da Ovidio ne ‘Le metamorfosi’, è il prototipo di Giulietta e Romeo: anch’essi per un “banale” incomprensione si suicidano entrambi.
Ma la carta più preziosa, quella nascosta nella manica, tirata fuori dall’autore, è il metodo interpretativo utilizzato dall’autore che, da una parte, gli permette di svelare, sul nascere, le dinamiche distruttive presenti nei personaggi usciti dalla fantasia di Shakespeare, dall’altra, gli consente la definizione della malattia psichica e della sua patogenesi. I personaggi, sono la rappresentazione delle dinamiche invisibili che intercorrono tra gli esseri umani quando questi si ammalano: l’invidia, Jago; la bramosia, Lady Macbeth; la scissione del pensiero, Amleto; la pazzia che porta alla violenza omicida, Otello … ma, attenzione, afferma l’autore, tutto questo non è natura umana è malattia.

Paolo Randazzo esce dalla schiera di chi, nella storia della critica letteraria, ha voluto, interpretare queste tragedie di Shakespeare, solo come “fatalità” inscritta nel DNA degli esseri umani, e impossibilità di un rapporto sessuato tra donna e uomo che porti alla realizzazione dell’ identità umana di entrambi. Egli ha scritto questo importate libro separandosi dal passato e quindi interpretando a suo modo, con la propria identità, la fantasia di Shakespeare … forse per raccontare di una nuova immagine femminile, una nuova Giulietta che si affaccia al balcone della storia.

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