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La crisi era evitabile. Parola della Commissione d’inchiesta Usa

ROMA – La «Financial Crisis Inquiry Commission» americana ha pubblicato il suo rapporto sulle cause della crisi finanziaria americana e globale che ha sconvolto il mondo della finanza e dell’economia.

La Commissione guidata dall’ex ministro del Tesoro dello stato di California, il democratico Phil Angelides, era composta da 10 esperti economici indipendenti, dei quali 4 indicati dal partito repubblicano. Ha lavorato per 18 mesi con 19 giorni di audizioni pubbliche. Ha sentito ben 700 testimoni. Ha analizzato i comportamenti di tutti gli attori dell’economia, dalle banche agli speculatori, dal governo alle agenzie di rating.

Il verdetto finale è un’accusa pesante per tutti, a partire dalla Federal Reserve per le sue inadempienze e le sue complicità . Non salva nessuno, nemmeno gli uomini delle amministrazioni democratiche. Evidentemente non ci sono state solidarietà di appartenenza. Questa è la forza della democrazia americana che dovrebbe insegnare qualcosa anche a noi italiani.

La Fcic ha svolto un compito simile a quello della Commissione Pecora che nel 1932 fu incaricata dal Senato americano di indagare e spiegare alla nazione le cause della Grande Depressione del ’29.

«È stata una distruzione fino alle fondamenta del sistema finanziario», dice il rapporto. Ha lasciato macerie e vittime ancora da quantificare: più di 26 milioni di americani sono senza lavoro, 4 milioni di famiglie hanno perso la loro casa e altre 4,5 milioni rischiano di perderla, 11 trilioni di dollari di valori e ricchezze sono stati cancellati, minando anche i risparmi e le pensioni di milioni di cittadini.

L’interrogativo della Commissione è stato anzitutto: «Come sia stato possibile che nel 2008 gli Stati Uniti siano stati posti forzatamente di fronte a due alternative dure e dolorose: il collasso totale della finanza e dell’economia oppure immettere trilioni di dollari dei contribuenti per salvare il sistema».

L’esplosione della bolla dei mutui subprime è stata certamente il detonatore della reazione a catena della «bomba nucleare» finanziaria. La Commissione però documenta con dovizia di dati lo stravolgimento sistemico in corso da almeno trenta anni. Dal 1978 al 2007 i debiti del settore finanziario americano erano passati da 3 a 36 trilioni di dollari. Nel 1980 il settore segnava il 15% di tutti i profitti economici nazionali, nel 2006 la quota era già salita al 27%, mentre le 10 maggiori banche commerciali controllavano il 55% del patrimonio dell’intera finanza americana.

Il documento conclude che la crisi era evitabile. Perciò è stata il risultato di azioni ed inazioni umane e non di modelli computeristici mal funzionanti. Parafrasando Shakespeare, la colpa non sta nelle stelle ma negli uomini!

Tutte le avvisaglie della crisi sono state tragicamente ignorate, dai rischi insostenibili dei mutui-casa all’aumento dei prezzi degli immobili, dalle pratiche predatorie di credito ai derivati senza regole, alle operazioni di copertura a breve. Si è lasciato correre tutto in nome di un laissez faire galoppante.

La Commissione denuncia anzitutto il fallimento della Federal Reserve e di Alan Greenspan che era diventato il promotore della deregulation e dell’autoreferenzialità del mercato finanziario. Ricorda che quel mercato tra il 1999 e il 2008 ha messo in campo ben 2,8 miliardi di dollari per finanziare le sue lobby. L’abrogazione del Glass-Steagall Act, voluto nel 1933 dal presidente F.D. Roosevelt per garantire i depositi bancari e per sancire la separazione tra banche commerciali e banche di investimento a tutela del risparmio e contro le speculazioni finanziarie, è stato il primo grave passo imposto dalle lobby.

I meccanismi hanno fallito, quelli dei controlli e delle regole, quelli della corporate governance e della gestione dei rischi, quelli della trasparenza e degli interventi correttivi del governo. Perciò la crisi è stata sistemica. Questo è chiaramente detto dalla Commissione. Del resto lo si vede dall’utilizzo spropositato della leva finanziaria da parte delle grandi banche di investimento. La Bear Stearns, la Goldman Sachs, la Lehman Brothers, la Merrill Lynch e la Morgan Stanley operavano con una leva di 40 a 1, cioè a fronte di 40 dollari di attività (assets) avevano soltanto 1 dollaro di capitale. A ciò si aggiunga la loro dipendenza dai finanziamenti a breve.

Alla fine del 2007, per esempio, la Bear Stearns aveva 11,8 miliardi di dollari in capitale, un’esposizione di 383,6 miliardi e una dipendenza dal mercato del credito overnight per 70 miliardi!.

Il rapporto Angelides merita ovviamente un più approfondito studio. Speriamo comunque che i governi europei lo prendano in seria considerazione per decidere le nuove regole finanziarie. Il documento è stato da molti giornali ignorato o sottovalutato. Anche il Sole 24ore nell’articolo di Luigi Zingales finisce col definirlo un «inutile rumore».

Eppure le conclusioni della Commissione sono eloquenti: «Due anni dopo l’intervento del governo, il sistema finanziario americano, in molti aspetti, è lo stesso di quello operante alla vigilia della crisi. Anzi, oggi è ancora più concentrato nelle mani di poche, grandi istituzioni finanziarie di importanza sistemica». Perciò noi riteniamo che solo una spietata analisi della cause e delle responsabilità della crisi sistemica sia la condizione per formulare proposte efficaci di riforma.

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