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Cavalcanti e Dante, pensiero e fede. La nascita della lingua italiana

ROMA – Lo scontro sulla natura dell’amore e della poesia che oppone i due grandi scrittori del Duecento, Guido Cavalcanti e Dante, segna l’epilogo della ricerca nata con la rivolta dei poeti siciliani al latino della cultura ecclesiastica, e si rivela decisivo per le sorti della letteratura e della lingua italiana.”

Così recita il testo esplicativo, stampato sul risvolto di copertina, del nuovo libro di Noemi Ghetti, ‘L’ombra di Cavalcanti e Dante’, Asino d’Oro Editore. E già questo piccolo prologo fa tremare i polsi al lettore: asserire che la lingua italiana nasce come “rivolta dei poeti siciliani al latino ecclesiastico” è un assolutamente nuovo. Ma anche dire che la lingua italiana si sviluppa nello scontro “sulla natura dell’amore” è un’assolutamente nuovo.

Poi, leggendo il libro della Ghetti, laureata in lettere classiche all’Università di Padova con una tesi sulla storia greca, si scopre la sostanza vera di questa ricerca che affonda nelle profonde radici semantiche del nostro linguaggio: la passione. La passione, temprata in un nuovo metodo di pensiero, usata per decifrare la storia delle parole e degli uomini che hanno dato ad esse significato e senso, è la chiave usata dall’autrice per aprire le porte dell’invisibile, che occultano la verità sul farsi del nostro idioma.  

Eppure i più grandi sapienti e filosofi acclamati, tranne Bruno e Campanella, avevano sempre asserito che la passione, non solo è uno stato patologico della psiche, ma anche che impedisce la conoscenza della verità. Già in Platone ed Aristotele la passione ha il senso di un’alterazione patologica. Condillac nel trattato delle ‘sensazioni’ parla della passione come una “inclinazione dotata di grande intensità, che si impadronisce della mente dell’uomo impedendole di rivolgersi ad altro oggetto”. Per Kant le passioni sono “cancri della ragion pura pratica e generalmente inguaribili”. Cartesio ne ‘Le passioni dell’anima’, afferma che “le passioni sono modificazioni dell’anima, prodotte da ‘spiriti animali”.  A quanto sembra, per i filosofi, la passione è uno stato di alterazione animale che impedisce di accedere alla conoscenza.
Invece, l’autrice di questo importantissimo libro sulla lingua italiana, utilizza questa ‘patologia’ per uscire dai binari tracciati dalla ragione, e ciò le permette di indagare ombre, angoli bui e scoprire piccoli varchi di sapienza disseminati nella letteratura, per poi ‘ricreare’, ex novo, la storia delle origini della lingua letteraria italiana, che si sviluppa dopo essersi liberata dai lacci del latino ecclesiastico.
Anche il suo metodo di composizione dell’opera è avvincente: la Ghetti con una serie di piccoli capitoli, che alleggeriscono e rendono scorrevole la lettura, partendo dai trovatori occitanici e dai poeti siciliani, che per primi erano usciti dai codici delle ‘Chanson de geste’ ed avevano cantato l’immagine femminile, circonda e bracca il suo bersaglio principale: Dante, colpevole di aver, annullando l’immagine femminile, alterato la semantica della lingua italiana, che era nata proprio per cantare un’immagine femminile nascente, fusa alle sensazioni del corpo, e quindi al desiderio.

L’autrice porta il lettore a percorrere i sentieri, contigui ed opposti, della poetica di Cavalcanti e di Dante sino a raggiungere il climax, con una grande interpretazione della canzone più studiata di tutta la letteratura italiana: ‘Donna me prega’ di Guido Cavalcanti. Strofa per strofa, stanza per stanza, ci fa conoscere il pensiero nascosto nelle parole della canzone che sono un manifesto di cosa fosse, per Cavalcanti, l’amore irrazionale per una donna, in contrasto totale con Dante, che aveva ormai preso strade metafisiche, e, mostruosamente, stava trasformando l’immagine femminile in immagine divina.
Per far questo, l’autrice, rincorre la poesia “sulla natura dell’amore”, e le ragioni, irrazionali, della sua rinascita medievale, in forma femminile, nelle corti della Francia meridionale prima che la crociata di Innocenzo III, distruggesse definitivamente, uomini e donne, civiltà e cultura, lingua e poesia cortese, sviluppatesi in seno all’eresia catara.

Ludovico Gatto, docente di Storia Medievale all’università La sapienza di Roma, nel suo libro ‘Medioevo’, Manduzzi Editore, 1998, con un lessico un po’ troppo sessuofobo, afferma che nella civiltà occitanica “ogni forma di congiunzione carnale di carattere deviante e contro natura, veniva considerata legittima”. Questo per evitare che le donne rimanessero gravide, dato che, i credenti consideravano la donna incinta  in “stato demoniaco”. A parte l’aberrazione religiosa catara contro la nascita, tutto ciò è molto interessante soprattutto perché ci informa che nelle corti occitaniche la sessualità veniva separata dal concepimento. E questo modo di pensare alla sessualità si andava a sommare alla percezione del femminile che in quegli anni, in quei luoghi, andava trasformandosi. La poetica dei trovatori di quel periodo conferma questi dati.
Scomparsa la civiltà albigese ritroviamo un’immagine femminile,  in vesti ancora più affascinanti, nelle canzoni dei poeti siciliani che, muovendosi nella penisola con la corte itinerante di Federico II informano, con il loro linguaggio fresco e sensuale, i poeti stilnovisti.

Questo e molto altro ci fa conoscere l’autrice di questo coraggioso saggio letterario. Ma il fulcro di questo libro è senza dubbio la lotta tragica tra un poeta che affermava il proprio essere legato all’amore totale per la donna, unica fonte di realizzazione umana, e Dante che inaugurerà una figura di donna ‘morta’ e divinizzata, da temere e adorare, come poi faranno Poe, Baudelaire, Machado e molti altri.
Narra l’autrice che questo sanguinoso scontro letterario tra Guido Cavalcanti e Dante termina con “un processo di slittamento semantico dal rapporto interumano al campo spirituale” e con ciò che potremmo definire un vero e proprio ‘assassinio’ di Beatrice, spogliata della sua identità femminile, santifica e posta sui piedistalli metafisici della ragione e della religione.
Alla fine del libro, Noemi Ghetti, parlando di Dante, come di colui che mette una pietra tombale sull’immagine femminile, conclude amaramente: “ La possibilità dell’esistenza di una realtà umana irrazionale, che si ricrea nel rapporto d’amore con l’essere umano diverso da sé ed è fonte di poesia, non doveva essere neppure nominata”. E Dante, con la definizione di amore unicamente come amore per Dio, elimina questa possibilità in nuce nella poesia dei poeti siciliani, in Guinizzelli e Cavalcanti. L’autrice forse ci vuole suggerire che nella storia dell’umanità è sempre accaduto che idee e immagini nuove, e i tentativi di realizzarle, sono state uccise nella stessa culla che le ha viste nascere.
Noemi Ghetti in questa sua opera, ricompone i frammenti dei discorsi incompiuti di Francesca e di Eloisa che, al contrario dei loro uomini, balbettanti e piangenti, rivendicano la loro identità femminile e il loro desiderio; la sua voce, come quella delle due eroine, alle quali era stata negata la realizzazione della propria identità di donna, ci fa trasalire … e pensare che ora è tempo.

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