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Aborto. Corteo pro-life: quando veti e ideologie uccidono due volte

ROMA – È sempre molto difficile scrivere di qualcosa che si è vissuto, di emozioni e vicissitudini che più o meno indirettamente hanno in qualche modo sfiorato la tua vita.

Quanto accaduto ieri, una marcia per la vita che in fin dei conti sembra auspicare principalmente il ritorno degli aborti clandestini, impone a ogni donna che ancora ritenga la propria libertà di scelta un diritto sacrosanto, un ennesimo sforzo e un respiro profondo. Descrivere il conglomerato di assurdità, insulti, luoghi comuni e strumentalizzazioni che hanno sfilato ieri nel centro di Roma è tanto complicato quanto doloroso: si parla di donne assassine, contro la vita, donne protagoniste in quanto artefici di un vero e proprio “sterminio di Stato”. Non si accenna neanche lontanamente al dramma che si nasconde dietro una scelta così netta e dolorosa quale è l’aborto. A volte sono gravidanze frutto di violenze, violenze spesso compiute proprio nel sacro e intoccabile contesto familiare che la Chiesa tutta è impegnata a decantare, nell’altra parallela crociata in difesa del matrimonio. A volte potresti ritrovarti da sola ancor prima di scoprire l’esito del fatidico test, pensando che oltre ad aver perso un compagno hai perso anche un padre per tuo figlio. A volte una gravidanza è un lusso che solo poche donne possono permettersi: per una studentessa precaria, una cameriera sottopagata o un’operaia in cassaintegrazione la maternità è un buio tunnel fatto di diritti negati, tutele pari a zero, sussidi insufficienti a mettere a riparo una nuova vita da calcoli disperati per poter condurre un’esistenza dignitosa. Ragionamenti fin troppo elementari, forse. Forse gli alti prelati che ieri hanno preso parte alla parata pro-life  non sono abituati a domandarsi come fare ad arrivare a fine mese,  né tantomeno si saranno mai trovati a domandarsi come poter crescere un figlio senza l’amore di una persona che ti stia accanto e che insieme a te assolva al duro e faticoso compito di genitore. Forse le frotte di suore che ieri pontificavano sull’aborto come violenza non hanno mai avuto davanti gli occhi di un uomo che per egoismo e vigliaccheria decide di abbandonarti proprio nel momento peggiore. Forse nemmeno i giovanissimi scout reclutati per sorreggere striscioni dei quali probabilmente neanche conoscono il significato possono comprendere a fondo le ragioni di una scelta del genere.

Chissà se qualcuno dei partecipanti ha mai provato a fare un giro nelle sale d’attesa dove ogni giorno decine di donne attendono con cupa ansia di essere risucchiate dall’asetticità di una cannula e una siringa: sarà difficile trovare sguardi rilassati e sollevati o sorrisi allegri; ogni donna porta con sé lo spettro di un a scelta a volte drammaticamente scontata, a volte fin troppo sofferta e soppesata. Forse è così, forse marciare in nome di qualcosa che non si è mai provato sulla propria pelle è solo un marciare per un’ideologia, un’ideologia che in questo caso va contro una legge dello Stato, la 194, negli anni continuamente sotto attacco da parte delle gerarchie vaticane e dei politici ad esse asserviti, nonostante l’approvazione di quella legge sia stata una battaglia condotta colpo su colpo da centinaia di migliaia di donne che portavano e portano tutt’ora addosso i segni di una scelta così difficile.Non stupisce, ad esempio, la partecipazione con tanto di fascia tricolore del Sindaco Alemanno: sindaco di una città dove più volte associazioni territoriali, come Radicali Roma, hanno segnalato il pessimo funzionamento dei consultori, ovvero delle strutture preposte all’accoglienza e all’assistenza di tutte quelle donne che decidono di interrompere la gravidanza o che semplicemente necessitano di informazioni approfondite. Nonostante tali segnalazioni l’unico interessamento da parte delle istituzioni è stato un tentativo di smantellamento di tali strutture: la Legge Tarzia, contro la quale furono raccolte decine di migliaia di firme in pochissime settimane, aveva infatti come obiettivo proprio quello di rendere i consultori luoghi non più pubblici e soprattutto proni alle associazioni di stampo clericale.  Sempre in merito a quanto accaduto ieri non si è fatta attendere la risposta del movimento “Se non ora quando”: “La 194 non si discute.
 Anzi ne chiediamo la piena applicazione e siamo profondamente indignate per quel grido “assassine” nei confronti delle donne che a quella legge fanno ricorso.


La difesa per la vita non può essere usata contro le donne o addirittura brandita come clava sulle loro teste come è accaduto ieri in quella marcetta di regime che ha percorso le vie di Roma.
Il nostro appello “Mai più complici” contro il femminicidio chiama le donne e gli uomini italiani a dire basta a ogni violenza contro le donne, chiama le donne e gli uomini italiani a costruire insieme una vera cultura della vita.”
Un’ideologia, quella portata avanti dai movimenti per la vita, che è tanto assurda quanto pericolosa, poiché vietando per legge l’aborto non si porrebbe fine al fenomeno: quello che è oggi un intervento chirurgico eseguito in buona parte delle strutture pubbliche in condizioni igienico – sanitarie controllate, affiancato inoltre dal sostegno psicologico, diverrebbe un vero e proprio mercato nero, fatto di mammane, sudici scantinati e cucchiai d’oro. Luoghi ignoti e bui per donne che oltre ad aver perso un diritto perderebbero anche, ancora una volta, la loro dignità, tornando ad essere per lo stato delle fuorilegge, delle clandestine del dolore o, come preferisco immaginarmele io, del troppo amore.

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