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Muore Carla Verbano: aveva 88 anni e chiedeva solo giustizia

ROMA – Carla Verbano era, prima di tutto, una madre. Una madre che per 32 anni ha lottato ininterrottamente e a muso duro affinchè si facesse giustizia per la morte di suo figlio Valerio, militante di Autonomia operaia.

Un omicidio truce,  un’esecuzione vigliacca a volto coperto rimasta impunita e ripetutasi giorno dopo giorno, anno dopo anno, commemorazione dopo commemorazione: ogni istante trascorso senza giungere alla verità è stato, per Carla, una reiterazione brutale di quello che accadde il 18 febbraio del 1980. Qualche anno fa aveva aperto un blog, lei, ottantenne col viso solcato da decenni di vicoli ciechi della giustizia italiana, false speranze, omissioni e depistaggi: sperava che il web portasse a riva i nomi dei tre assassini che quel giorno si finsero amici di Valerio, entrarono in casa e legarono Carla e suo marito al letto, per poi ferire mortalmente la loro preda. Negli anni aveva raccolto atti parlamentari, testimonianze, contatti ed era riuscita a tenere costantemente alta l’attenzione sulla sua storia; e se la memoria di Valerio Verbano è stata infangata e sozzata ogni qual volta su un muro di Roma sono comparse scritte inneggianti al fascismo, ogni qual volta sono accadute aggressioni, vengono compiute violenze in nome di quella croce celtica che l’attuale sindaco della città di Carla e Valerio esibisce senza remore; se la storia ci narra tutto questo, un’altra storia, quella migliore che tenacemente questa donna è riuscita a costruire, ci racconta di assemblee nelle scuole, dove ad accogliere Carla c’era l’abbraccio di migliaia di studenti, cortei dove ogni anno il ricordo di Valerio ravviva le strade del Tufello, il suo quartiere.

Tante le iniziative in ricordo di suo figlio, ma poche e spesso inutili le tracce che avrebbero dovuto garantire a Carla una morte serena, perchè lei, prima di andarsene, avrebbe voluto guardare negli occhi gli assassini di Valerio, chiedere una spiegazione, avere una risposta alle domande che l’hanno consumata nel tempo. Come una roccia, una roccia sgretolata da un tempo muto, infame, privo di conferme o smentite che ogni madre avrebbe il diritto di ricevere in situazioni del genere: a poco o nulla avevano condotto le ultimissime indagini, le quali avevano portato all’iscrizione nel registro degli indagati un professionista attualmente residente a Milano e un altro uomo che ora vive e lavora all’estero. Esami del dna meticolosi, i quali però non hanno dato l’ultimo sospiro di pace che Carla avrebbe desiderato.

Carla e Valerio ci lasciano questo, la storia agrodolce di una madre e un figlio che non hanno mai smesso di abbracciarsi nei loro diversi cammini, di osservare il mondo dall’angolazione genuina di chi ha avuto spalle troppo piccole e ali leggere di farfalla per poter sopravvivere ai soprusi del buio e dell’ignoto, dell’angoscia che quei nomi e cognomi portino con loro ,per sempre, la vita che ingiustamente hanno spezzato. Ovunque lei sia, in qualunque angolo di cielo o di terra voi lettori crediate, in Via Monte Bianco 114 qualcosa è rimasto, e tocca a ciascuno di noi averne cura: la memoria, e l’amore per la verità, anche per quella più scomoda che magari preferiremmo non conoscere, quella più dolorosa, quella che fa fatica a emergere e richiede tanta, forse troppa dedizione. Proteggere tutto questo non è solo un dovere civico, ma anche un atto d’amore nei confronti di quella che è stata la ragione di vita di una donna, una madre, una fragile, robusta e coraggiosa combattente.

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