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Maurizio Sacconi, il profeta celeste di un mondo autoritario e senza tutele

ROMA – Il 13 luglio ha compiuto 61 anni; vissuti pericolosamente. È forse il ministro meno amato di un governo che oramai ha toccato il vertice delle asprezze e il lumicino delle preferenze. Di lui ieri sera, durante un dibattito con Enrico Mentana su “La7”, in occasione della proiezione del film di Roberto Faenza “Silvio for ever”, Eugenio Scalfari ha detto: “Peggio di lui non ce n’è”. Parliamo di Maurizio Sacconi, di Conegliano, al quale il berlusconismo ha inopinatamente affidato la responsabilità del Welfare e del lavoro.

PER SPIEGARE LA SUA MISSION TERRESTRE, il ministro, che si dichiara un fervente cattolico, l’altro ieri non ha saputo trovare di meglio che raccontare la storiella della suora che non è stata violentata come le altre, sapete perché? Perché ha detto di “no” al violentatore e quello l’ha lasciata perdere. Tanto per fare il paio con il suo principale di adesso (venticinque anni fa il suo principale era Bettino Craxi). Il disprezzo delle suore è assicurato. “Caro ministro, le spiego il mio disgusto” le ha risposto Suor Eugenia, responsabile dell’Ufficio anti-tratta dell’Usmi (Unione superiori maggiori d’Italia). “Questo è il livello di un ministro della Repubblica – ha detto la suora –  Mi stupisce e mi sconcerta che un uomo di governo, un rappresentante delle più alte istituzioni del nostro Paese, utilizzi un simile esempio, profondamente fuori luogo e offensivo non solo nei riguardi delle suore, ma di tutte le donne”.

MA SACCONI VA AVANTI PER LA SUA STRADA, perché all’emulo del barzellettiere principale è stato affidato un compito speciale, che lui sta cercando in tutti i modi di portare a termine: quello di arretrare le lancette dell’orologio di cinquant’anni, quando Vittorio Valletta utilizzava il licenziamento per gli operai comunisti e la Confindustria era il vero ago della bilancia di qualsiasi politica economica. Lui, Sacconi, ha in mente l’opus alchemica, che il suo esoterismo interiore gli ha dettato: spezzare le reni al sindadacato, cioè alla Cgil. Fin dal suo insediamento, il suo obiettivo è stato questo: la divisione del fronte sindacale, forte di un rapporto speciale con Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti. Soltanto con il loro appoggio, la mission di Sacconi sarebbe potuta andare in porto, azzerando lo Statuto dei lavoratori e le tutele che il diritto del lavoro è riuscito a fornire alla parte più debole della popolazione negli ultimi cinquant’anni.

PERCHÉ MAURIZIO SACCONI DIMOSTRA l’assunto che modestamente da molto tempo cerchiamo di dimostrare: che in Italia la vera destra autoritaria è stata impersonata dal craxismo, di cui il berlusconismo è l’erede diretto. Altro che Movimento sociale italiano o partito monarchico! Esattamente come successe al socialista massimalista Benito Mussolini, anche l’autonomista Bettino, che nel 1976 prese il sopravvento durante il congresso romano del Midas, prima di terminare i suoi giorni da pluripregiudicato, incarnò la medesima idea mussoliniana di un’autorità cogente, in grado di imporsi e fare proseliti qualora riesca ad imporre la sua visione della società italiana. Una società dove, a fronte di un potere religioso molto forte, c’è bisogno di un potere politico spietato. Sacconi, che negli anni del craxismo trionfante, insieme ai Brunetta, ai Cicchitto, ai Tremonti, fu uno degli sherpa di questa visione radicale dei rapporti politici, ha fatto di questo credo la sua religione privata, rafforzata dall’uso della spada piuttosto che del rosario.

IL BERLUSCONISMO HA FORNITO UNA CHANCE D’ORO al gruppo dei craxiani che navigavano a vista, con la crisi della prima Repubblica, sicuri che soltanto un altro “uomo forte” avrebbe dato loro la possibilità di completare l’opera degli anni Ottanta. D’altronde, nel programma di “Rinascita nazionale” di Licio Gelli, il contenimento e, possibilmente, la distruzione di un sindacato autonomo e libero era uno dei primi punti da realizzare. Sacconi ci si è messo di impegno, utilizzando tutte le armi a sua disposizione. Il fine ultimo è quello di imprigionare le relazioni industriali sotto un forte dominio, che un tempo si tramutò nella dottrina del corporativismo, ora lo si contrabbanda con la parola magica “riformismo”. Il “riformismo” di Sacconi, che passa attraverso l’abolizione delle tutele e la limitazione dei diritti sindacali. Come nei regimi sudamericani degli anni Settanta, non a caso concupiti da Gelli e dai suoi fratelli con la cazzuola. Sacconi è il loro profeta.

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