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ROMA – La fantasia di milioni di persone si è infranta sulle macerie di città implose in se stesse. Un giocattolo rotto: la convivenza. Intere generazioni andranno perdute nel tentativo di far rinascere un embrione di civiltà dopo l’affermarsi del più becero nazionalismo. Siamo tutti delle belve impazzite nelle nostre gabbie, come sbarre le nostre inossidabili convinzioni. Signore e signori ecco a voi il mirabolante spettacolo della guerra che è in noi.

La guerra è un meccanismo naturale, un passaggio inevitabile dell’evoluzione della storia. Questo ci raccontano. Stronzate. La guerra è necessaria solo alla creazione di un stato d’allarme generale, alla progressiva affermazione della necessità di un rituale di sangue che nasconda gli interessi di caste ristrette, oggi sempre meno politiche e culturali e sempre più evidentemente economiche.

Facciamo un esempio. La guerra in Bosnia, nella ex-Jugoslavia, è stata una guerra provocata ad arte per nascondere un saccheggio, il saccheggio perpetrato da una piccola ristretta minoranza burocratica di potere in crisi. Nessun tribalismo, nessuna spinta etnica e atavica. Solo un’abile fiamma propagandistica, mirata a alimentare l’avidità e le paure dei settori culturalmente più deboli e sradicati di una società, le invidie di aree inurbate, di nuovi poveri sradicati dalla propria matrice culturale contadina e spostati quasi fisicamente a forza in città europee, multietniche, cosmopolite, ricche. Non è un caso che a Vukovar prima della caduta della città le peggiori nefandezze siano state effettuate da croati su croati e da serbi su serbi. Bande di serbi che saccheggiavano le case dei serbi, bande di croati che saccheggiavano le case dei croati. Non è stata una guerra, ma un’enorme rapina. E’ stata una guerra fatta per rubare il maiale del vicino, per accumulare Tv color in scantinati, per una credenza o un po’ di oggetti d’oro nascosti in una scatola. E ci hanno raccontato che era una guerra etnica, che era inevitabile in quella polveriera di religioni e tensioni culturali che sono i Balcani. E la cosa peggiore è che noi ci abbiamo creduto.

Non rimane molto di noi stessi in questo primo scorcio di secolo che ogni giorno che passa sembra assomigliare sempre più all’inizio del secolo scorso, a quella paziente fase di preparazione che condusse di lì a pochi anni a due guerre mondiali e a milioni di morti, a inimmaginabili violenze, nate dall’affermarsi di raggelanti ideologie organizzate come mai nulla meglio venne organizzato prima. Siamo inadeguati, impreparati a tutto quello che sta accadendo. Abbiamo assistito impotenti a conflitti sanguinari alle porte di casa nostra, siamo addirittura arrivati a parteciparvi ammantandoci di fasulli ideali umanitari per nascondere i nostri sensi di colpa, prima, e i nostri luridi interessi, poi. Siamo figli dell’ipocrisia di questa epoca. Siamo vuoti dentro e ce ne vantiamo. Non abbiamo più nulla da dirci l’un l’altro mentre prendiamo posizione, acquisiamo beni, ci mettiamo pazientemente in fila per andare in vacanza casomai in un paese che abbiamo contribuito, direttamente o no, a devastare. Siamo i paladini dello stile di vita occidentale, guardiani della santa alleanza fra mistificazione e denaro.

Non è la fine del mondo: è la definitiva affermazione di un mondo che non ci appartiene, e che soprattutto non apparterrà ai nostri figli. Lo abbiamo venduto ad altri. E la cosa più buffa è che ci hanno fregati sul prezzo.

 

Articolo tratta dal libro “L’Italia cantata dal basso” di Pietro Orsatti su gentile concessione dell’autore – www.coppolaeditore.com

La presentazione del libro a Roma il 21 settembre

Altre presentazioni il 23 a Castellammare del Golfo, il 24 a Partinico, il 25 a Erice e Trapani

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