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Se gli esponenti del Pd prendono sul serio se stessi

ROMA – Nel clima di consenso unanime che si è espresso sulla linea politica che il Segretario ha proposto nella recente riunione della Direzione del PD,  che condivido, avverto quasi il dovere di esplicitare una considerazione critica sul dibattito inerente il progetto politico del PD; su come se ne discute a sinistra (non solo dentro il PD) da molto tempo.

A chi quasi si stupisce per la “svolta” di oggi vorrei chiedere: ma prima, a vostro avviso, in quale direzione altra stava andando il PD?
Il tono polemico della domanda porta il segno di un “tormentone”,  da sempre incomprensibile, che però ha caratterizzato il dibattito nella sinistra per molti e molti mesi: “Bersani deve dire se vuole stare con Casini o con Vendola-Di Pietro”; “la proposta programmatica da sola non basta, serve chiarezza sulle alleanze”; “il PD di Bersani così non ha identità”; e così via sentenziando, almanaccando, in un vero tripudio di esercizi politicisti a cui pochi si sono sottratti. Lo hanno animato ex Segretari delusi; giovani (?) aspiranti leader; vecchi saggi, esponenti, a seconda dei casi, della matrice culturale filo-socialista o filo-centrista; intellettuali “progressisti”, scettici per contratto…E il dilemma, evocando questioni identitarie e fondative, ha comprensibilmente influenzato anche il dibattito fra i militanti. Tanto più che ad enfatizzarlo hanno attivamente contribuito molti dei più autorevoli organi di informazione.

Effetto: sottovalutazione dell’impegno per la definizione della agenda programmatica di governo, appannamento della appetibilità del PD quale interlocutore privilegiato dei movimenti non immediatamente politici che animano, positivamente, la società contemporanea.
Eppure sarebbe bastato che gli esponenti del PD, ad ogni livello, prendessero sul serio se stessi; la volontà, proclamata fin dalla fondazione, di essere “partito nuovo”, nel senso di partito indiscutibilmente collocato sul versante progressista dello scenario politico, perno del progetto programmatico della sinistra di governo, aperto all’alleanza con le forze moderate limpidamente costituzionali e saldamente europeiste. La Direzione recente ha segnato una “svolta”? Discussione, mi pare, fantomatica; capitalizziamo, piuttosto, l’unanimità degli apprezzamenti interni al PD e, davvero importante, la valutazione positiva di Vendola. Di Di Pietro difficile dire; anche perché collocarlo per definizione nell’area della sinistra, continua ad apparirmi operazione culturalmente spericolata.

Anche in virtù del rinsaldato consenso si tratta ora di riportare l’attenzione su un aspetto della strategia politica che, esso sì, è apparso sottovalutato dal dibattito in Direzione, almeno per quanto se ne è percepito dall’esterno: quali siano i profili fondamentali della società che si ha in mente e per la quale ci si propone come alternativa di governo. Non mi riferisco, genericamente, alla esigenza di perfezionare la proposta programmatica; da questo punto di vista –ha ancora ragione Bersani- molto è il lavoro fatto, testimoniato anche dai molti progetti giacenti in Parlamento, poi è urgente, semmai, avviare le sedi di confronto con le altre forze disponibili a costruire l’alternativa. Mi riferisco piuttosto ai valori a cui ispirare le proposte programmatiche, affinché non siano un puro esercizio tecnico di governabilità. Come rispondere al bisogno di uguaglianza che appare evidente osservando la società italiana ed europea di oggi? Come restituire coesione ad un corpo sociale sfibrato dalla crisi? Come rinvigorire un tessuto sociale che appare sempre più passivo e invecchiato? E, in questo contesto, anche ipotesi più limpide su come si voglia diversamente organizzare il sistema istituzionale, le sedi e i poteri della sovranità popolare; con più sobrietà e con un effettivo decentramento delle responsabilità. A tal proposito non uso la locuzione “riforma della politica” perché sommamente ambigua e terreno, oggi, di scorribande funzionali esclusivamente a derive autoritarie. In Direzione si è parlato –se ho ben compreso- di “carta di intenti”; forse è di questo che sto parlando. Basta capirsi, e metterci mano davvero e con una voce che sia ben percepibile fuori dalle sedi di partito.

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