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Egitto: una piazza in movimento

IL CAIRO – Ancora sangue ed ancora morti in Egitto a piazza Tahrir, epicentro dell’ennesima battaglia fra cittadini/rivoluzionari ed un governo militare che pochi riconoscono come legittimo.

Ed è proprio su questo punto che gli egiziani si ritrovano ancora una volta in piazza, la bandiera di una battaglia morale prim’ancora che di classe, la lotta non è mai cessata perché i cittadini non hanno visto ancora attuate le richieste di questa rivoluzione, ed ora a gran voce si chiede che Il Consiglio Supremo delle Forze armate “lasci immediatamente il potere”.
La legittimità della richiesta nasce dall’esigenza per i manifestanti di sentirsi dentro la nuova forma di governo come soggetti attivi e non solo come scudi per difendere una ristabilita coesione sociale, delegittimata da chi ancora porta avanti politiche e pensieri da vecchio regime.
L’illegalità di questo Consiglio Supremo sta proprio in questa delegittimazione del potere civile dei cittadini e della loro forza sociale all’interno della caduta del regime; il senso di precarietà dei manifestanti non sta tanto nel non sentirsi riconosciuti come eredi non unici della democrazia quanto, nel non riscontrare nella presa di posizione, lo scendere in piazza contro il regime, assunta volontariamente e laicamente, la forza della democrazia che gli stessi vorrebbero messa in atto e applicata come segno evidente del vento che cambia.

È, se vogliamo, l’unica chiave di lettura che la primavera araba porta in sé, prim’ancora delle particolari richieste dei vari Pesi in questione, i manifestanti chiedono la Democrazia.
La tanto osannata “real-utopia” dell’Occidente che vorrebbe e dovrebbe essere la garanzia iniziale per giustificare l’illuminante scelta dei manifestanti arabi è oggi la messa in mora di un intero sistema fragile e pericolante.
Se è vero che noi tutti occidentali siamo figli ed eredi legittimi della rivoluzione vissuta alla fine del settecento, è altrettanto vero che noi oggi siamo i pre-destinati di quella Europa che oggi pare abbia scordato quegli stessi principi messi in luce nel decantato ed osannato1789 come primigenio palcoscenico della Libertà come garanzia del futuro, ed essendo questo principio il padre fondatore della nostra attuale esistenza di cittadini pensanti piuttosto che di cittadini viziati e corrotti dal senso di illibertà quale era l’epoca pre-illuministica, viene naturale pensare che qualcosa si debba pur spiegare a coloro che oggi scendono nella piazza Tahrir ai fini di quella stessa giustificazione che noi avemmo a suo tempo, non solo per le loro lotte quanto per la stessa egemonia di un pensiero ancora discusso in occidente quale garante unico del futuro.
Oggi i paesi arabi chiedono nelle loro manifestazioni prolungate la loro libertà di essere cittadini pensanti illuminati e illuminanti.
Insomma fra passato e futuro il presente egiziano e di tutto il nord africa, medi oriente incluso, mostra i chiari segni della continuità al di là e al di sotto di quei morti ammazzati nelle lotte di piazza; manifestazioni che hanno nel loro dna il senso etico di voler chiudere i conti con un passato ingombrante e deficitario di Democrazia e principi “relativamente assoluti”; ridefinendo ruoli e competenze del governo e dei governi in carica e la vita individuale/collettiva dei vari cittadini.

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