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Dipendenti Argol s’incatenano per protesta allo scalo di Fiumicino

La punta dell’iceberg di una situazione che vede migliaia di disoccupati

FIUMICINO (ROMA) – All’aeroporto di Fiumicino, in occasione dello sciopero dei dipendenti Argol società che dal 1994 si occupa  per conto di Alitalia, della movimentazione dei componenti aeronautici e della logistica, alcuni lavoratori si sono incatenati al terminal 1 per protestare contro il licenziamento dei 76 dipendenti della società. Accanto ai lavoratori Argol erano presenti anche alcuni addetti alla divisione e manutenzione Alitalia.
Il Presidio è partito dalla mensa centrale Alitalia per poi arrivare all’aerostazione, dove si è svolta l’assemblea dibattito durante la quale i dipendenti Argol  hanno deciso come ultimo gesto di esasperazione d’incatenarsi.

A dare sostegno alla protesta erano presenti, tra gli altri, il segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero, il senatore dell’Italia dei Valori, Stefano Pedica, il capogruppo regionale della Federazione della Sinistra, Ivano Peduzzi ed il capogruppo regionale di Sel, Luigi Nieri. Ben visibili alcuni striscioni di protesta: «I lavoratori Argol lottano contro i licenziamenti»; ed ancora: «Ma quale crisi: solo sfruttamento, giù le mani dai lavoratori».
È doveroso essere oggi accanto ai lavoratori dell’Argol, solidarizzando con la loro lotta-ha detto il segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero, intervenendo all’assemblea -Bisogna cominciare sul serio a far sentire la voce per tale situazione – ha aggiunto Ferrero – i lavoratori dell’Argol sono solo i primi di un fronte assai rischioso e difficile e che, partendo proprio da tale vertenza, rischia di innescare una macelleria sociale a Fiumicino. Vogliamo denunciare il fatto che ci sono e si trovano i soldi per il raddoppio dell’aeroporto ma non ci sono per garantire i posti di lavoro. Dobbiamo – ha concluso – ricostruire un movimento operaio, unito, ed accanto la dignità del lavoro.

Parole di solidarietà ai dipendenti Argol arrivano anche dal capogruppo del Partito democratico Michela Califano -La situazione dell’Argol spa – spiega la Califano – deve essere al più presto risolta. Il Pd da tempo sta lavorando su più fronti per sensibilizzare le parti in causa trovando però il netto rifiuto di Alitalia che ignora ingiustificatamente un patto con i sindacati per la salvaguardia dei posti di lavoro. Quello di Cai/Alitalia è un atteggiamento censurabile, che non tiene conto dei più blandi diritti dei lavoratori.
Durissime le dichiarazioni di IDV- Mentre Canapini, Alemanno e Polverini discutono di ampliamento del Leonardo Da Vinci, all’aeroporto 74 dipendenti dell’Argol spa saranno licenziati a giorni e altri mille lavoratori delle varie aziende che lavorano all’interno del sedime, rischiano di fare la stessa fine. 
Che senso ha parlare d’investimenti, di quarta e quinta pista, di 300mila nuovi posti di lavoro quando poi la realtà è diametralmente opposta: investimenti fermi e licenziamenti all’ordine del giorno?
Dove sono Canapini, Alemanno e Polverini incaricati dai loro rispettivi consigli comunali e regionali di risolvere la situazione? Sono al tavolo di Alitalia e AdR a programmare il raddoppio dell’aeroporto?

Se questo è l’andazzo noi diciamo no a qualsiasi ipotesi di ampliamento e speculazione. 
In questa situazione drammatica non si può dimenticare che Argol rappresenta la punta dell’ iceberg di una situazione che ancora vede migliaia di dipendenti dell’ex compagnia di bandiera ancora in cassa integrazione. Sono 4500 i lavoratori che entro un anno saranno iscritti alle liste di mobilità.  Di questi oltre la metà non raggiungeranno allo scadere della mobilità l’accesso alla pensione, inoltre il decreto “Salva Italia “ con le modifiche pensionistiche sta gettando nell’incertezza altre migliaia di persone.

A fronte di questo buco nero occupazionale, diventa difficile capire come un’ azienda possa decidere di non rispettare degli accordi presi sulle assunzioni dei cassa integrati Alitalia, assumere personale precario ex novo, internalizzare i servizi precedentemente affidati a società esterne senza però garantire i livelli occupazionali cosi come si era impegnata fare. Il tutto davanti agli occhi del governo e delle Istituzioni.

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