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Istat. La povertà in Italia tra spread e Pil

ROMA – Anche oggi è stata una giornata nera per questa piccola Italia che è stata al centro di una serie di dati e di notizie nere in tema di finanza pubblica e privata.

Spread ancora alle stelle
Lo spread tra i nostrani Btp decennali e gli equivalenti Bund tedeschi equivalenti ha chiuso a quota 479 punti, dopo aver oscillato tra un picco di 501 punti e un minimo di 470 punti. Il tasso del titolo decennale e’ oltre il 6 per cento.

Per Banca d’Italia Pil in caduta
Sono inoltre arrivate indicazioni piuttosto preoccupanti dal Bollettino trimestrale di Bankitalia.
Secondo Via Nazionale nell’ipotesi, ad oggi decisamente ottimistica, che lo spread tra il rendimento del Btp a dieci anni e quello del corrispondente titolo tedesco si mantenga intorno a 450 punti base, il pil si ridurrebbe, in media d’anno, del 2% nel 2012 e dello 0,2 nel 2013. Per Bankitalia dopo un calo del pil dell’Italia dello 0,8% nel primo trimestre, nel secondo trimestre il pil ‘si sarebbe contratto a un ritmo di poco superiore al mezzo punto percentuale’. le manovre di bilancio garantirebbero un aumento dell’avanzo primario che si collocherebbe in prossimita’ del 3 per cento del Pil nel 2012, per poi aumentare di circa un punto nell’anno successivo.
Negativo l’effetto del crollo della produzione sul rapporto debito/pil che aumenterebbe nel 2012, oltre che per effetto della caduta del prodotto, anche per gli ingenti contributi italiani ai programmi di sostegno ad altri paesi dell’area dell’euro, 17 miliardi nel solo primo semestre.
L’aumento dell’avanzo primario assicurerebbe, secondo la banca centrale, una sostanziale stabilizzazione di tale rapporto nel 2013 e una riduzione negli anni successivi.

Istat. Dati sulla povertà
Oggi l’Istat ha diffuso i dati relativi alla povertà in Italia e sono dati perfettamente coerenti con i tempi cupi che stiamo vivendo.
Nel 2011, l’11,1% delle famiglie italiane rientra nella categoria dei relativamente poveri, coinvolgendo un totale di 8.173.000 persone. Oltre a queste il 5,2% delle famiglie italiane è povera in termini assoluti, dato che coinvolge altri 3.415.000 persone.
La soglia di povertà relativa, per una famiglia di due componenti, è pari alla spesa media procapite nel Paese. Nel 2011 questa spesa è risultata pari a 1.011,03 euro mensili.
L’Istat avvisa però di non farsi trarre in inganno da una apparente stabilità del dato in quanto “la sostanziale stabilità della povertà relativa rispetto all’anno precedente deriva dal peggioramento del fenomeno per le famiglie in cui non vi sono redditi da lavoro o vi sono operai, compensato dalla diminuzione della povertà tra le famiglie di dirigenti/impiegati” .

Senza lavoro si è poveri
Apparentemente piuttosto facile la riflessione dell’Istat, riflessione che però riguarda anche i pensionati, in particolare l’Istituto rileva come l’incidenza della povertà relativa aumenta dal 40,2% al 50,7% per le famiglie senza occupati né ritirati dal lavoro e dall’8,3% al 9,6% per le famiglie con tutti i componenti ritirati dal lavoro, categoria costituita essenzialmente da anziani soli e in coppia. Tra quest’ultime aumenta anche l’incidenza di povertà assoluta (dal 4,5% al 5,5%).
La povertà assoluta aumenta tra le famiglie con persona di riferimento ritirata dal lavoro (dal 4,7% al 5,4%), soprattutto se non ci sono redditi da lavoro e almeno un componente è alla ricerca di occupazione (dall’8,5% al 16,5%).

Più poveri tra i muniti di titoli di studio più bassi o con figli
L’incidenza di povertà assoluta cresce anche tra le famiglie con a capo una persona con profili professionali e/o titoli di studio bassi: famiglie di operai (dal 6,4% al 7,5%), con licenza elementare (dall’8,3% al 9,4%) o di scuola media inferiore (dal 5,1% al 6,2%).
Peggiora la condizione delle famiglie con un figlio minore, sia in termini di povertà relativa (dall’11,6% al 13,5%), che di povertà assoluta (dal 3,9% al 5,7%).

Più poveri al Sud
A fronte della stabilità della povertà relativa al Nord e al Centro, nel Mezzogiorno si osserva un aumento dell’intensità della povertà relativa: dal 21,5% al 22,3%. In questa ripartizione la spesa media equivalente delle famiglie povere si attesta a 785,94 euro (contro gli 827,43 e 808,72 euro del Nord e del Centro).

Ma come viene definita la povertà dall’Istat?
Non esiste una definizione facile del concetto di povertà, quella che viene adottata dall’Istat è basata sul livello dei consumi di una famiglia. Una famiglia viene cioè definita povera se consuma, ovvero se il totale dei propri consumi si pone,  al disotto di alcune soglie.
La prima delle due grandi soglie è la soglia di povertà relativa che per una famiglia di due persone è fatta pari al livello di spesa media procapite del Paese e che nel 2011 ha fatto segnare 1.011,03 euro mensili, le famiglie di due persone che consumano al di sotto di tale soglia sono ‘relativamente’ povere.
La seconda grande soglia è quella di povertà assoluta che “rappresenta la spesa minima necessaria per acquisire i beni e servizi inseriti nel paniere di povertà assoluta. La soglia di povertà assoluta varia, per costruzione, in base alla dimensione della famiglia, alla sua composizione per età, alla ripartizione geografica e alla dimensione del comune di residenza”
Il citato paniere di povertà assoluta è “l’insieme dei beni e servizi che, nel contesto italiano, vengono considerati essenziali per una determinata famiglia per conseguire uno standard di vita minimamente accettabile”
Ad esempio la soglia di povertà assoluta di una famiglia di tre membri di età compresa tra 18 e 59 anni è circa 1350 euro mensili se la famiglia abita in un’area metropolitana del nord e di circa 970 euro mensili se invece abita in un piccolo centro del Sud.
Uno dei motivi per cui tanti addetti alle fabbriche del nord tornano al sud da pensionati.

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