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Cina. Bo Xilai, uno di meno nella lotta per l’Empireo

PECHINO – (corrsipondente) – Fine dei giochi per Bo Xilai. Questa mattina il segretario della metropoli di Chongqing è stato deposto dal suo incarico e rimpiazzato dal vice primo ministro ed esponente dell’ala riformista, Zhang Dejiang.

Una decisione certamente non improvvisa, preannunciata tra le righe nel discorso pronunciato ieri dal premier Wen Jiabao in chiusura della sessione annuale dell’Assemblea Nazionale del Popolo. Bo, che sino a poco tempo fa veniva considerato l’astro nascente della politica cinese, oggi sembra piuttosto essersi trasformato in una stella cadente in vorticosa discesa: nessuna notizia è trapelata sulla sua sorte futura, ma sono in molti a ritenere che l’alto funzionario sia caduto in disgrazia, trascinato nel vortice dall’ “intrigo Wang Lijun”(link), super-poliziotto e suo braccio destro nella campagna anti-corruzione e anti-triadi che fece cadere molte teste importanti del panorama locale.

Nella notte tra il 6 e il 7 febbraio scorso, Wang -ancora ufficialmente sotto inchiesta- aveva cercato rifugio presso il consolato americano di Chengdu per ragioni non ancora accertate. Secondo la comune “vulgata”, l’ex poliziotto di Chongqing avrebbe tentato di rivelare informazioni su alcuni presunti episodi di corruzione nei quali sarebbe stato coinvolto il suo padrino politico.
Negli ultimi giorni la spy-story in salsa di soia si è arricchita di nuovi tasselli, vedendo l’entrata in scena di alcune pedine che contano della megalopoli sichuanese: Zhang Mingyu, un imprenditore industriale troppo curioso finito agli arresti e Weng Zhengjie, secondo alcuni il vero Al Capone di Chongqing -sebbene mai nominato nelle operazioni antimafia della coppia Bo-Wang- hanno aperto nuovi scenari riguardo l’affaire Wang Lijun.

Ma da oggi Bo, il novello Mao che con la sua retorica rossa a suon di canzoncine rivoluzionarie aveva mandato in brodo di giuggiole la fazione più conservatrice del Partito, termina la sua corsa verso il Comitato Permanente del Politburo, il ghota cinese. E la sua squalifica ha già rievocato alla mente la storia di Chen Liangyu, ex capo del Partito di Shanghai silurato nel 2006 e successivamente condannato a 18 anni di detenzione con l’accusa di corruzione.

D’altra parte l’aveva ammesso anche lui stesso la scorsa settimana ai microfoni dei giornalisti impazienti di verificare le voci su una presunta inchiesta. Glissate le domande sul suo futuro e smentiti i pettegolezzi, Bo aveva, tuttavia, concluso riconoscendo di aver commesso un “errore di giudizio” nel promuovere Wang capo della polizia locale: “questo è stato un caso di negligenza da parte mia”, aveva dichiarato dopo la sua sospetta assenza ad un importante appuntamento del Congresso Nazionale del Popolo.

Ora che Bo è stato fatto fuori sono in molti a tirare un sospiro di sollievo. “La roccaforte dell’estrema sinistra è collassata. E’ una grande fortuna per la Cina e per il suo popolo” ha commentato Wang Ruogu, editorialista dell’agenzia di stampa Xinhua.
E lo stesso Wen Jiabao proprio ieri non aveva usato mezzi termini quando, invitando il governo municipale di Chongqing a riflettere attentamente sul caso Wang Lijun, aveva aggiunto che le autorità “hanno preso molto sul serio la questione”. “Bisogna dare una risposta alle persone”, aveva avvertito, “e i risultati delle indagini dovranno reggere all’esame della legge e della storia”. Una dichiarazione, questa, che contestualizzata nell’esplicita richiesta di nuove riforme e di una ristrutturazione politica -secondo il primo ministro, precondizione necessaria a scongiurare il pericolo di una nuova Rivoluzione Culturale- appare come un chiaro pollice verso nei confronti della gestione ultra-rossa targata Bo Xilai.

 

 

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