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Addio a Rosario Bentivegna. Partecipò all’attentato di via Rasella

Rosario Bentivegna, che tutti conoscevano come Sasà, è morto stasera a 90 anni. Era nei partigiani dei Gap (Gruppi di azione patriottica) che presero parte all’attentato di via Rasella il 23 marzo del 1944 contro le truppe tedesche che occupavano la Capitale. Morirono trentadue soldati nazisti. Ventidue ore dopo, ci fu la rappresaglia dei tedeschi alle Fosse Ardeatine, dove vennero fucilati 335 civili italiani.

L’attentato di via Rasella, che Bentivegna non si stancò mai di raccontare, avvenne in occasione delle celebrazioni per il venticinquesimo anniversario della fondazione dei Fasci Italiani di Combattimento. Una bomba scoppiò proprio in questa via del centro di Roma dove stava passando una compagnia del I battaglione del Reggimento SS-Polizei Bozen, composta da 156 uomini tra ufficiali, sottufficiali e soldati. Poco dopo due squadre dei Gap sotto il comando di Franco Calamandrei e Carlo Salinari, lanciarono bombe a mano e fecero fuoco sui sopravvissuti. Rosario Bentivegna, studente in medicina, con la copertura di Carla Capponi, anche lei studentessa in medicina e compagna di una vita con la quale ebbe una figlia, fece nel frattempo esplodere la bomba, nascosta in un carrettino da spazzino. Ancora oggi i palazzi di via Rasella portano i segni di quelle fucilate. Parlando di quei giorni agli studenti romani, Sasà raccontava che non si sarebbe «mai sognato di farlo», ma che fu «costretto a uccidere»; parlava loro della paura, del rischio per i partigiani di essere fucilati se venivano sorpresi armati dai nazisti. Ma ricordava anche l’aiuto incredibile che avevano dalla popolazione, che li nascondeva nelle case, anche nel cuore della notte. Per quell’attentato, con gli altri gappisti andò anche sotto processo fino a che la Corte di Cassazione lo riconobbe nel ’99 come «legittimo atto di guerra». Il dolore per la morte di Sasà, Paolo quando era tra i partigiani, è grande tra chi lo conosceva e chi ne ha semplicemente letto sui libri: «Era un uomo straordinario, colto, sensibile. Chi lo sentiva parlare, rimaneva incantato. Guai a chiamarlo eroe, non voleva», ricorda oggi Ernesto Nassi, vicepresidente Anpi Roma. Su facebook è un profluvio di addii: «Buon viaggio partigiano», «Ciao Sasà», «Onore al partigiano Bentivegna! Che la terra ti sia lieve». Il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti ha sottolineato che «scompare un partigiano e una persona di grandissimo valore. Fa parte di un gruppo di uomini e donne che non esitò un minuto a lottare per la libertà e che ha permesso a noi di vivere in un paese democratico». Gli fa eco il presidente della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici: «È morto un eroe, soprattutto per noi ebrei della seconda generazione figli di sopravvissuti alla Shoah. È triste che in tutti questi anni la sua figura in certi ambienti è stata associata a quella dei vigliacchi. Secondo alcuni avrebbe dovuto costituirsi dopo l’attentato di via Rasella, in realtà non ci fu nemmeno quel tempo perchè la furia nazista colpì senza preavviso».

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