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Dalla Chiesa. Un omicidio da non dimenticare dopo 30 anni

Alle 10 la deposizione di corone d’alloro nel luogo dell’eccidio. Messa nella chiesa di San Giacomo dei Militari, nella Caserma «Carlo Alberto dalla Chiesa»

PALERMO –   Un venerdì sera di trenta anni fa, un commando affiancò l’A112 condotta da Emanuela Setti Carraro, 32 anni, moglie del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, obiettivo della missione omicida. Seguiva l’auto di scorta, un’Alfetta non blindata, condotta dall’agente Domenico Russo. Tutti trucidati nel cuore di Palermo, in via Isidoro Carini, dai colpi di un kalashnikov imbracciato da Antonino Madonia a bordo della Bmw 518 con Calogero Ganci. L’agguato oggi viene ricordato laddove una mano ignota impresse queste parole disperate: «morta la speranza dei palermitani onesti».

 
«Si può senz’altro convenire con chi sostiene che persistano ampie zone d’ombra, concernenti sia le modalità con le quali il generale è stato mandato in Sicilia a fronteggiare il fenomeno mafioso, sia la coesistenza di specifici interessi, all’interno delle stesse istituzioni, all’eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale», affermò la sentenza con cui nel 2002 la corte d’Assise inflisse l’ergastolo i killer Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo e Nino Madonia, e a 14 anni i pentiti Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci.
Nell’ultima intervista a Giorgio Bocca, il prefetto spiegò che «un uomo viene colpito quando viene lasciato solo». E il pubblico ministero Nico Gozzo nella sua requisitoria parlò di «un delitto maturato in un clima di solitudine: Carlo Alberto Dalla Chiesa fu catapultato in terra di Sicilia nelle condizioni meno idonee per apparire l’espressione di una effettiva e corale volontà dello Stato di porre fine al fenomeno mafioso». Inevitabili, secondo il magistrato, gli effetti di questo ‘abbandonò: «Cosa nostra ritenne di poterlo colpire impunemente perchè impersonava soltanto sè stesso e non già, come avrebbe dovuto essere, l’autorità dello Stato». Gli uomini della cupola erano già stati condannati nel maxiprocesso nato proprio da un rapporto di Dalla Chiesa contro 162 esponenti di Cosa nostra e consolidato, nel suo impianto accusatorio, dal contributo di alcuni grandi pentiti come Tommaso Buscetta, Totuccio Contorno e Francesco Marino Mannoia. Il ‘superprefettò, nato a Saluzzo (Cuneo) il 27 settembre del 1920, ritornò a Palermo con procedura d’urgenza dopo avere affrontato la malavita del nord, la mafia siciliana e le brigate rosse. Era la sera del 30 aprile del 1982, poco dopo l’uccisione del segretario siciliano del Pci, Pio La Torre, terzo uomo politico assassinato nel giro di qualche mese dopo Piersanti Mattarella, democristiano, presidente della Regione
siciliana, e Michele Reina, segretario della Dc palermitana. Ma durante i suoi cento giorni a Palermo non ebbe quei poteri speciali più volte inutilmente richiesti.

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