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Obama tra Israele e Palestina, tensioni ed emozioni

ROMA – Che la visita di un presidente USA in Israele e Palestina costituisca un evento eccezionale, lo sapevamo tutti. Per cui non meraviglia più di tanto il corollario “ordinario” di proteste e acclamazioni.

Vista infatti la presenza di Obama alla porta, in molti hanno cercato il loro momento di gloria, o di infamia. Qualcuno ha pensato bene di lanciare due razzi da Gaza verso Sderot, la tristemente nota cittadina israeliana di confine con la Striscia, per fortuna senza raggiungere nessun scellerato obiettivo.
Altri hanno realizzato uno striscione da stadio, per tifare per l’amico americano. Altri ancora hanno ostentato i propri bambini al passaggio di Obama, sperando nell’imposizione di una mano benedicente.
Fino alla protesta, poco fa, sotto la sede dell’Autorità palestinese a Ramallah.
Il rilievo degli Stati Uniti nella diplomazia internazionale e, in particolare, nella questione arabo-israeliana è enorme, e la visita del suo presidente non poteva far altro che riaccendere tensioni ed emozioni.
Anzi, l’imminente visita di Obama ha addirittura portato alla formazione di un governo in Israele, nei giorni scorsi, dopo mesi di stallo. Un governo a guida Benjamin Netanyahu che per la prima volta da molto tempo, chissà se anche questo è merito di Obama, ha tenuto fuori i piccoli partiti religiosi ultraortodossi.
Ma oltre agli aspetti emozionali, ce n’erano di ben più sostanziali sul tappeto.
Barack Obama è da sempre stato tiepido nei confronti di Israele, o almeno non caldo come i suoi predecessori: la linea della sua Amministrazione è sempre stata quella, pronunciata dal precedente Segretario di Stato Hillary Clinton e ribadita da quello attuale John Kerry, di “due popoli in due Stati”, che in Israele non ha mai avuto troppo successo.
Una linea che però è sempre stata contrassegnata da una certa ambiguità, mantenendo da un lato una formale equidistanza tra le parti, ma dall’altro non impegnandosi veramente nella soluzione delle questioni dirimenti.
Due grandi nodi hanno infatti attanagliato la politica estera di Obama nell’area: la volontà di gettare un ponte con la transizione democratica dei Paesi arabi e le nuove elite al potere, scontentando un po’ Israele, e la ferma opposizione al programma nucleare iraniano puntando sul ruolo di deterrente e di alleato dello stesso Israele nello scacchiere regionale mediorientale.
Tutto ciò si è riflettuto in questi due giorni di visita.
Ieri, a Tel Aviv con Netanyahu e Peres, il sostegno incondizionato all’alleato storico – e Obama si è detto “orgoglioso di esserlo” – contro le aggressioni e contro un possibile sviluppo nucleare di Teheran.
Oggi a Ramallah, con Abu Mazen e Salam Fayyad, l’affermazione chiara del diritto dei palestinesi ad uno Stato.
Prima di lasciare Washington, il presidente Obama aveva detto che sarebbe andato in Medio Oriente “per ascoltare” e non per proporre un avvio di nuove iniziative. A giudicare da questi primi due giorni le voci sono arrivate forti e chiare, c’è da sperare che dopo sessant’anni di conflitti gli Stati Uniti e la comunità internazionale riescano a dare delle risposte.

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