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Lavoro e ambiente. Ilva di Taranto: l’obiettivo è comune

ROMA – Ilva di Taranto, centrale E.On di Fiume Santo, due casi caldi in cui le ragioni del lavoro si misurano con le ragioni dell’ambiente. A Taranto il referendum consultivo sulla chiusura del centro siderurgico, ha coinvolto circa 31 mila cittadini, molto al disotto del 50% necessario per la sua validità. A Porto Torres i lavoratori mobilitati per ottenere il rispetto dell’impegno della E.On di realizzare il Gruppo 5 della centrale  alimentato a carbone.

Sarebbe miope leggere  questi due casi con la  vecchia categoria della contrapposizione  ambiente/lavoro. C’è qualche cosa di più e nuovo che deve essere capito, questo anche per evitare di continuare nella sterile contrapposizione delle ragioni degli uni  contro quelle degli  altri, come purtroppo molti continuano a fare, quando in fondo l’obiettivo è comune.   Come non riconoscere, infatti, che ambedue le parti che si confrontano a Taranto come a Porto Torr es, hanno ragioni da far valere?  Come non condividere che tutti si stanno battendo per principi sacrosanti, chi per la tutela della salute e l’ambiente e chi per la tutela del lavoro? Come non vedere che ambedue i problemi che vengono posti sono le facce di un’unica grande questione, quella dello sviluppo equo e sostenibile?
Allora come se ne esce? A mio parere partendo dal dato che ambedue i casi vanno collocati nell’ambito di una prospettiva di un complesso processo di transizione finalizzato alla ricerca di un equilibrio progressivamente virtuoso del rapporto ambiente/lavoro.
Alla assunzione di questa prospettiva  non vedo alternativa. Certo, è una prospettiva né semplice né indolore e prevedibili sono/saranno le resistenze che ostacoleranno questa transizione sia da parte degli imprenditori e sia da parte dei lavoratori.  D’altra parte come potrebbe essere diversamente a fronte della prospettiva di veder ridimensionato il settore produttivo in cui si è investito, o veder mettere a rischio il proprio di lavoro e la propria professionalità? Tanto più che gli effetti positivi economici, sociali ed ambientali non sono immediatamente esigibili e richiederanno del tempo per essere realizzati.
Ma se allora è in questo cambio di prospettiva che diventa possibile trovare le giuste soluzioni, allora il quesito vero è: quali le condizione per gestire questo processo ricavandone il massimo di benefici?
Io ne individuo tre. Innanzitutto è necessario che l’equilibrio tra le due facce della transizione, la tutela dell’ambiente e del lavoro, sia garantito da  una forte e lungimirante capacità di governo in cui il ruolo pubblico ha un ruolo centrale trattandosi di un processo che investe settori produttivi strategici.

E’ poi  essenziale che si sappia quale sarà l’approdo della transizione e che questo approdo sia ampiamente condiviso. Essenziale è quindi avere una politica industriale che consenta di sapere dove si vuole andare e quindi sia di supporto alle imprese nei loro programmi di innovazione.
Infine è fondamentale un approccio graduale condiviso al fine di realizzare i complessi processi di riconversione produttiva con il minimo impatto sociale. In particolare è essenziale la tutela del reddito dei lavoratori coinvolti da programmi di intervento per fini ambientali.  
In sintesi si tratta di mettere in campo quello che fino ad oggi non c’è stato: una politica industriale nazionale capace di programmare e accompagnare con intelligenza e con flessibilità la fase transitoria che ogni settore produttivo dovrà affrontare per rendere più sostenibili i processi produttivi ed i prodotti, sapendo che i tempi di questa transizione potranno essere profondamente diversi da settore a settore, direi caso per caso, e molto spesso saranno condizionati dall’insorgere di emergenze.
Tutto questo chiama in causa il ruolo che il Governo, gli imprenditori, i sindacati, le organizzazioni ambientaliste, vorranno giocare in questa complessa partita. Se ognuno continuerà a giocare la propria sarà molto difficile uscire dalle emergenze.

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