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Quirinale. Il M5S avverte l’isolamento e cerca una via d’uscita

ROMA –  A quanto pare i calcoli Casaleggio li sa fare e per bocca di Grillo ha tirato fuori un nome per il Quirinale, Rodotà, e un accenno di apertura al Pd per un eventuale governo poi. Possiamo fare solo delle ipotesi, ma è evidente che qualcosa nelle ultime 24 ore è cambiato. Casaleggio, che è l’unico che fa politica e che disegna le tattiche nel M5S, ha ben chiaro quello che sta succedendo.

Prima di tutto sa bene che se si andasse ora alle urne sarebbe punito da una bella fetta del suo elettorato deluso dall’inconsistenza dell’azione portata avanti dal movimento (e dall’incredibile numero di gaffe e errori e insulti a dissidenti e elettori critici accumulato) in quasi due mesi di presenza parlamentare. Poi è consapevole che si troverebbe isolato e indicato come unico responsabile della resurrezione di Berlusconi. Nonostante i proclami e gli attacchi e gli insulti, Casaleggio ha ben presente la differenza fra Pd e Pdl, fra Bersani e Berlusconi. E sa che se Bersani cedesse, per mancanza di sponde, alla linea filo governassimo che si agita all’interno del Pd il M5S si troverebbe, e per anni, a essere relegato a una pattuglia minoritaria in parlamento e a un’erosione costante di consensi. Quindi tira fuori dal cappello del tattico il nome di Rodotà e un accenno a un possibile poi.


Ma cerchiamo di capire meglio. Rodotà è certamente uno dei candidati più prestigiosi possibili. È un pezzo di storia della cultura laica del nostro paese, con un notevole passato politico e intellettuale e una fine cultura giuridica. Ha anche un buon accreditamento a livello internazionale (sia sul piano accademico che culturale) e tutta la sua storia pubblica è stata segnata dal rigore intellettuale e politico. Il candidato perfetto.


Ma non passerà, anche se il Pd raccogliesse la sfida del M5S. E questo Casaleggio lo sa. Perché proprio per queste sue caratteristiche Rodotà si troverebbe ad essere silurato da un pezzo consistente dei grandi elettori in quota Pd. Primo perché la candidatura di Rodotà è assolutamente incompatibile con un possibile governissimo con il Pdl e quindi si troverebbe contro Renzi (che il governissimo lo vuole per spezzare il Pd e poi mangiarselo in un boccone al prossimo giro con il sostegno di D’Alema e Franceschini) e poi perché invisa (per il suo rigore laico) a una delle due anime del partito guidato da Bersani, quella cattolica popolare.
Ma l’apertura c’è stata. Ed è stato fatto un nome non di un “esterno” alla politica ma di una personalità con una lunga e gloriosa storia politica tutta a sinistra. E questo è un segnale grosso per il M5S. E qui si apre uno scenario inedito. A apertura avvenuta, e davanti a una possibile rinuncia di Rodotà prima del quarto scrutinio, uscirebbe fuori solo un nome. Quello di Romano Prodi. Certo, sia D’Alema che Renzi cercherebbero in tutti i modi di scongiurare una mazzata di quelle dimensioni al loro ormai sempre più evidente progetto di spartizione dell’oggetto Pd, ma un nome del genere passerebbe anche con il voto del M5S e probabilmente di molti di quei montiani che non sono transitati con Fini e Casini. E perfino con l’aiuto di qualche elettore in quota Pdl che capendo quello che significherebbe per Berlusconi e il suo potere l’arrivo di Prodi al Quirinale lo voterebbero per salvare la “pellaccia”. Ora la palla è a Bersani. Riuscirà a districarsi? 

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