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Per il Pd solo un’occasione per leccarsi le ferite

ROMA – Se c’è una cosa certa, anche se non detta, nella decisione di Napolitano di accettare l’invito a lui rivolto da Pd, Pdl, Lista Civica e Lega ad accettare la ricandidatura è che, una volta eletto Presidente della repubblica, o meglio confermato, è che non scioglierà le Camere il giorno dopo.

C’era bisogno di un momento di tregua, in particolare da parte del Pd, ma non solo, e il Capo dello Stato se ne è fatto carico. Ma tutti i problemi restano, non è un caso che Sel e M5S non sono fra le forze che hanno avanzato la proposta . Anche Stefano Rodotà, a questo punto, viene chiamato in causa in prima persona. Lui, da quando è stato indicato fra i dieci possibili espressi dalla “ quirinarie” grilline, terzo nella graduatoria, ha sempre detto che la sua candidatura non aveva origine dal 5 Stelle. Il suo nome era stato indicato in appelli, prese di posizioni di forze sociali, sondaggi. Si era solo rammaricato che nessun segnale gli fosse pervenuto dal Pd. Un errore molto grave a parere nostro. Sarà importante, anche per il futuro, la scelta che farà Rodotà, se continuare nella candidatura o se prendere atto della decisione di Napolitano. La palla, termine poco adatto nel linguaggio del Quirinale, ma questa è la realtà, passa nelle mani del Pd, primo responsabile per non essere riuscito a individuare e proporre un candidato che rappresentasse al tempo stesso la coesione nazionale e l’esigenza di cambiamento.

Coesione nazionale che in molti anche all’interno del Pd hanno male interpretato e così è finito che la “ tattica “dei Democratici ha avuto con effetto finale quello di rimettere nelle mani di Berlusconi la scelta del candidato. Questa è la realtà. Bersani non poteva sperare che il cavaliere scegliesse Mattarella, componente di quella Corte Costituzionale che sarebbe un covo di comunisti o, al meglio, un covo di nemici dichiarati come da lui più volte detto. Ma piangere sul latte versato non serve a niente. Anche se si potrebbe ricordare che tutto ha origine quando invece di andare ad elezioni anticipate, caduto Berlusconi, la scelta fu di dar vita ad un governo “ tecnico”. I risultati di quella scelta sono sotto gli occhi di tutti dal punto di vista economico, sociale, politico. E’ il Pd che ha pagato e paga il prezzo maggiore in termini di voti perduti prima ed ora con il rischio della sua stessa esistenza. Mai era accaduto nella storia di un partito di sinistra, del centrosinistra , che nel segreto dell’urna più di 100 parlamentari che a viso aperto avevano concordato e applaudito la proposta avanzata da Bersani, candidato Prodi, nel segreto dell’urna abbiano affossato il loro stesso partito e non solo la candidatura. Uno su quattro- dice Bersani mentre annuncia le sue dimissioni appena eletto il nuovo Capo dello Stato, hanno tradito il partito, sono venuti meni agli impegni presi con gli elettori a partire dalle primarie. La decisione di Napolitano forse consentirà al Pd di leccarsi le ferite. Se 5 Stelle e Sel si chiameranno fuori, il terreno per i Democratici si farà sempre più scivoloso. Un congresso in tempi rapidi è indispensabile. Il tema di fondo: definire una identità. Cosa che fa rabbrividire alcune delle componenti, specie quelle che si richiamano ai vecchi “ popolari “ e ancor prima alla Dc. Un partito senza identità è sottoposto a tutti i venti di bufera. Oppure a compromessi continui, liti, beghe, clientele, correnti, che alla lunga portano alla debacle di questi giorni.

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