Quali sono il senso e la portata delle residenze d’artista oggi? In quali termini artisti, comunità e culture diverse trovano il proprio spazio d’incontro e rappresentazione nel tempo di un soggiorno?
(nella foto di apertura: Beatrice Celli, residenza a Casa Varas in Cile, programma WONDERFUL! in collaborazione con IICSantiago, Courtesy foto: Casa Varas)
Le domande, apparentemente banali, assumono continuamente nuovo senso col moltiplicarsi delle residenze e col rapido cambiamento degli scenari socio-culturali. Quella che un tempo era considerata una parentesi di ricerca e produzione, senza il peso di dover provvedere alla propria sussistenza umana, si è trasformata in una pratica artistica in sé, tutt’altro che neutra.
Oggi le residenze – particolarmente quelle che prevedono il coinvolgimento delle comunità locali – hanno implicazioni ed effetti sul piano socio-culturale e relazionale, oltre che artistico. La residenza arriva a configurare una forma di resistenza alla cultura del consumismo, nei termini in cui non è (sol)tanto diretta alla produzione di un bene da consumare, quanto è orientata alla creazione di relazioni da alimentare nel tempo.
Ma che impatto ha lo spostarsi altrove, seppure per un periodo relativamente breve? Lo si fa per trovare qualcosa o per guardare da un’altra prospettiva la propria ricerca, misurandosi con l’altro?
Nel mercato globale, i programmi di residenza rispondono anche all’esigenza di internazionalizzare l’artista, e portano con sé non solo la promozione del singolo ma pure quella del suo backgroud culturale (di quelle sfumature che la globalizzazione non può espandere), dando vita a un esercizio di cooperazione culturale internazionale, istituzionalmente diretta o spontanea che sia.

Che si tratti di programmi di ricerca oppure di residenze che hanno come fine la produzione di opere, è interessante concentrare l’attenzione nel processo; ed è nello scambio che si trova pure l’antidoto al rischio di espoliazione culturale insito nel muoversi in un contesto altrui: non va agito soltanto l’ascolto, è necessario compromettersi in prima persona, con la propria storia.
La residenza costituisce un impegno, implica un’assunzione di responsabilità che va oltre il solo rispetto della propria ricerca artistica e investe la sfera privata e pubblica altrui, anche per via della proiezione all’esterno attuata dall’artista, curatore o altro residente, successivamente all’intervento in loco. Attraverso questa lente – ritengo – possiamo guardare alla residenza dell’artista Beatrice Celli in Cile, nell’ambito del programma WONDERFUL! del Museo Novecento di Firenze, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Santiago.
Certo è necessario che il residente sia aperto all’esperienza condivisa, per natura e/o ricerca. L’alternativa è la formula dell’isolamento riflessivo. Peraltro, un programma che si concretizzi nella ricerca sul campo, con annesso lavoro relazionale, produce un ulteriore effetto di tipo cooperativo – anche laddove non si traduca in uno scambio d’artisti tra due o più Paesi – in quanto, paradossalmente, crea l’opportunità dell’esperienza residenziale diretta anche per le comunità che ricevono l’artista, evidenziando come nel confronto possa viversi il segmento della dislocazione insita nello stare in residenza: un ossimoro che forse racchiude in sé il senso del fare artistico in termini più ampli.
Qui si apre pure il tema dell’autorialità, delle pratiche curatoriali di accompagnamento, del ruolo dei musei e la questione dell’impatto territoriale. In Italia questa emerge, ad esempio, nel progetto diffuso Una Boccata d’Arte, che pure non prevede una residenza in senso proprio ma che, attraverso gli interventi degli artisti nei borghi, volontariamente o meno avoca a sé un effetto sul piano turistico; in modo diverso l’impatto sul territorio è centrale nel caso del Festival Seminaria Sogninterra, in ragione della sua struttura partecipata.
Inoltre Seminaria esprime in sé la possibilità dell’avvicinamento tra popoli, grazie alla connaturata apertura al dialogo che si è tradotta – tra l’altro – in uno scambio con la Bienal Saco, nato su impulso dell’Ambasciata del Cile in Italia e sviluppatosi con la diretta collaborazione dell’IICSantiago nella presenza di Carlo De Meo ad Antofagasta, nel 2025. Pochi mesi dopo, il paese di Maranola ha accolto l’artista cilena Catalina Huala.
(Queste brevi riflessioni sono state scritte in preparazione al talk con Daniel Cruz, direttore del Museo MAC dell’Universidad de Chile, in occasione della partecipazione dell’IICSantiago alla fiera d’arte contemporanea Ch. ACO16).



