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Giuliano Ferrara. L’Elefantino e il bazooka di William Shakespeare

ROMA – Dopo un po’ di tremori, i 150 chili (compresi i trigliceridi) di Giuliano Ferrara e del suo semiclandestino “Foglio” sono tornati sulla scena giornalistica e politica italiana. Era un po’ di tempo che ci mancava e ci chiedevamo che fine avesse fatto. Ma poi abbiamo scoperto che, per un po’ di tempo, era stato impegnato a riordinare le sue armi letali, quella decina di bazooka che soltanto lui è in grado di caricare per sparare sul fianco di quella sinistra in cashmere tanto deprecata dal suo azionista di riferimento.

L’intellettuale più fine della destra italiana, quello tanto decantato da chi, in realtà, legge poco e ne sa ancora meno, è piombato oggi sulla prima pagina della sua modesta creatura per prendersela proprio con la manifestazione di sabato al Palashark. E per farlo scomoda addirittura un sonetto di William Shakespeare, in cui vuole dimostrare come anche il sommo Bardo ce l’avesse con gli ipocriti “moralisti” che organizzano manifestazioni contro i “vili”, perché “tutti gli uomini sono cattivi e trionfano nel proprio male”.

Il fastidio di Ferrara è palpabile, diretto contro quellaminoranza etica rumorosa”, forse scatta in lui quel riflesso condizionato che gli fa portare la mano alla pistola quando sente parlare di intellettuali, i quali vogliono “ripulire l’Italia in nome di criteri fondamentalisti e totalitari”. Una minoranza “diversa dalle altre”, affetta da “da superbia, da interessi consolidati e visibili”, che fa “un uso smodato della morale fino a ferire il significato, la forza residua e l’autonomia della politica repubblicana”, armandosi di un “idolo virtuoso” che sarebbe poi, nella sghemba visione dell’Elefantino, addirittura la Costituzione. Questi intellettuali del Palashark, accusa ancora il consigliori berlusconiano, “bandiscono una crociata puritana in cui arruolano anche i tredicenni”, che sono pur sempre dei minorenni, allagando “ogni spazio informativo”, ad eccezione ovviamente del 90% del sistema televisivo italiano, parlando “con disprezzo del denaro di cui hanno piene le tasche e le menti” ed “agitano il corpo femminile come un simbolo di vergogna”. Non se ne può più, scrive ancora il fine studioso shakespeariano e dunque (rivolto ai suoi 1.500 lettori): “Vi sentite di far parte di una minoranza che non ha niente da insegnare ma non accetta prediche da pulpiti privi di decenza e di senso del limite?”.

Una vera e propria catilinaria, che lascia tramortiti i reduci dal Palashark, i quali mai ebbero il timore di cadere nei rigori di Shakespeare e della sua autorità poetica, oggi risvegliata da Giuliano Ferrara. Loro, poveri, hanno chiesto soltanto un po’ meno mignotte ad Arcore.

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